Enigmi tra pagine di libri  (antologia)

Prefazione

Enigmo biblici

Masuccio Salernitano

Edgard Allan Poe

Jules Verne

Arthur Conan Doyle

Maurice Leblanc

Ellery Queen

Rex Stout

Alan Arnold

Marino Cassini

 

 

Curiosità enigmistiche

Argomento

 

Genere

Mascagni e Leoncavallo

 

Sciarada

Puccini e Leoncavallo

 

Rebus

Pertini e Leoncavallo

 

Sciarada

Morte di Omero

 

Indovinello

Il saluto di Cicerone  

 

Crittografia

Il quadrato magico 

 

Quadrato magico

Indovinelli a premio

 

Indovinello

Indovinelli biblici 

 

Indovinello

Indovinello del IX secolo

 

 indovinello

Come è nato il rebus

 

Rebus

Rebus a Roma

 

Rebus

Rebus a Parigi 

 

Rebus

Cos’è l’enigma

 

Indovinello

L’enigma in Grecia

 

Indovinello

Edipo e la Sfinge

 

 indovinello

Esopo e Nectanebo  

 

indovinello

Operazione Overlord e le parole crociate

 

Crittogramma

Nomen omen. Anagramma profetico.

 

Anagramma

Gamberi enigmistici

 

Palindromo

Un matrimonio povero... e palindromo 

 

Palindromo

Sibille e indovini imbroglioni 

 

Enigmi

Dante e gli enigmi

 

Intarsio

Palindromo virgiliano

 

Palindromo

                                                                        

 

ENIGMI TRE LE PAGINE DI LIBRI

(Antologia)

 

PREFAZIONE

 

 Non di rado gli scrittori per aumentare la suspence in chi legge, inseriscono nella trama qualche enigma, qualche

crittografia, qualche indovinello per costringere il protagonista (e per riflesso anche il lettore) ad un vero gioco mentale per poter penetrare nel mistero proposto. Talvolta si tratta di una mappa complicata, talaltra di un messaggio, di un frammento di lettera o di pergamena o di stoffa sbiadite dal tempo, che occorre interpretare.

E’ un espediente affascinante che affonda le radici nel lontano passato. Basta soffermarsi sugli enigmi proposti dalla Sfinge ad Edipo; sulla scritta biblica MANE TECHEL PHARES, misteriosamente apparsa su una parete di fronte allo sbalordito Baldassarre di Babilonia, spiegata dal profeta Daniele, o ancora sugli indovinelli di Salomone, difficili come quelli della bella  Turandot cui la principessa aveva inutilmente affidato il suo proposito di restar nubile e che, invece, il principe tartaro Calaf risolse.

Molti gli esempi della narrativa a noi più vicina, presenti nelle opere di Jules Verne, di Edgard Allan Poe, i quali impostano il ragionamento e la soluzione su una logica precisa e consequenziale; di Sir Arthur Conan Doyle che basa l’enigma sul disegno di una serie di pupazzetti ballerini; di Umberto Eco che si avvale di un ...etereo alfabeto zodiacale; di  Alan Arnold che si diverte con enigmi e indovinelli e del sottoscritto che affidò il messaggio cifrato all’esametro dattilico di Virgilio, fondendolo con l’alfabeto Morse, e al quipu usato dagli Inca per comunicare.

     La ragione di questa antologia  è, quindi, quella di stuzzicare la curiosità del lettore, scegliendo le pagine in cui l’Autore propone l’enigma e quelle in cui si trova la soluzione.

 

                                                                                        Il curatore.

 

 

 

 

                                                          

ENIGMI BIBLICI

  

La Bibbia, il Libro dei Libri, è di certo una delle opere più ricca di enigmi e di indovinelli in cui vengono celate verità o predizioni destinate ad avverarsi. In essa abbondano le immagini simboliche e le allegorie. Tra gli enigmi più  noti emergono quelli contenuti nel libro di Daniele  (cap.IV, 1-34 e Cap. V, 1-31), mentre gli indovinelli si incontrano nel capitolo XXX dei Libro dei Proverbi’ dove si trovano gli indovinelli di Salomone: si tratta di proposte difficili per la frase involuta e contorta con la quale sono offerti al lettore e per le metafore e bisensi che contengono.

Anche  altri enigmi, come quello proposto da Sansone nel suo giorno di nozze (Libro dei Giudici, XVI, 12-18) presentano difficoltà di soluzione, ma solo per chi non conosce l’antefatto su cui si basano.

                 

 

DANIELE   E   NABUCODONOSOR

 

 

Una notte a Re Nabucodonosor apparve in sogno una strana visione che lo lasciò sconvolto e turbato. Non riuscendo a comprenderne il significato, fece convocare alla reggia tutti gli indovini Caldei, i maghi e gli aruspici affinché gli svelassero il significato del sogno.

- Io vidi, - raccontò ai presenti - io vidi un enorme albero, alto, robusto, la cui altezza raggiungeva il cielo e i cui rami potevano essere veduti da ogni parte della terra. Le foglie erano splendenti, i frutti copiosi tanto che potevano sfamare una gran quantità di persone. Alla sua ombra pascolavano gli animali e tra i rami facevano il nido gli abitanti del cielo. A tutti, uomini e animali, quell'albero offriva cibo. Quand'ecco un Vigilante scendere dal cielo e ordinare: "Tagliate l'albero; recidete tutti i suoi rami, gettate le foglie  affinché non offrano più ombra agli animali della terra e dell'aria e disperdete tutti i suoi frutti. Lasciate, però, nella terra una punta delle sue radici a cui  legare  qualcuno con catene di ferro e di bronzo in mezzo alle erbe e sia bagnato dalla rugiada del cielo e bruchi l'erba come gli animali. Gli venga cambiato il cuore umano in uno animale e per lui passino così sette tempi. Questa la sentenza che durerà finché tutti non riconosceranno il dominio dell'Altissimo. Ecco, o maghi, questo io vidi.

Le consultazioni tra i maghi e gli indovini durarono a lungo, ma non diedero esito alcuno.

      Quando Daniele, amico di Nabucodonosor, seppe dell'accaduto, si presentò al suo re il quale gli ripeté il sogno fatto.  

- Dammi la tua interpretazione, Daniele. Tutti i miei maghi e sapienti non sono riusciti a svelare l'arcano. Solo tu puoi perché lo spirito dei santi è con te.

Daniele rimase in meditazione per più di un'ora. Si vedeva chiaramente dal suo volto che i pensieri che gli si agitavano in mente lo turbavano profondamente. Anche Nabucodonosor se ne accorse.

- Non aver timore, amico mio, e non prenderti pena per la spiegazione che leggo nei tuoi occhi. Parla.

- O mio signore, ricada l'interpretazione di questo sogno su chi ti vuol male e sui tuoi nemici. L'albero immenso da te veduto, la sua possanza, i suoi innumerevoli rami e l'abbondanza dei suoi frutti di cui si cibano gli animali che pascolano e quelli che volano, ebbene quell'albero sei tu. Tu sei diventato un sovrano forte, robusto e la tua fama e potenza ha raggiunto gli estremi confini della terra.

- E, allora,  gli ordini del Vigilante sceso dal cielo? - chiese il re, chinandosi verso Daniele. - Perché troncare l'albero e disperderlo? Perché lasciare solo una radice? E che significa la catena, la rugiada, il pascolo in comune con gli animali per  la durata di sette tempi?

- Ecco il perché della mia tristezza, o signore. Questa è la spiegazione che mi duole darti.  Tu verrai cacciato dal consorzio umano e relegato tra gli animali con i quali dividerai le erbe nate dalla terra. E questo durerà fino a quando non riconoscerai la supremazia dell'Altissimo su tutte le cose.

- E quando ciò avverrà? - volle sapere Nabucodonosor profondamente turbato.

- Presto, purtroppo.

Dopo dodici mesi una voce repentina scese dal cielo:

- Ecco o re, - disse - il tuo regno è finito.

E la predizione di Daniele si avverò. Il re, preso da improvvisa follia, fu cacciato dal trono. Durante la sua demenza si comportò come un bruto, camminando a quattro zampe, non avendo più cura del suo corpo, fuggendo dal suo palazzo e vivendo in mezzo alle foreste. I suoi cortigiani lo fecero sorvegliare, temendo che gli accadesse qualche disgrazia e giunsero persino a farlo legare con una catena per impedirgli di farsi del male. Quando riprese la ragione e riconobbe la potenza e la giustizia divina, tornò a governare il suo regno.

 

 

 

DANIELE  E  BALTHASAR

 

 

A Nabucodonosor succedette il figlio Balthasar. Diversamente  dal padre che aveva accettato il potere dell'Altissimo si dimostrò subito crudele ed empio. Si racconta che un giorno durante un banchetto, mentre il vino scorreva a fiumi, Balthasar, già ubriaco, ordinò ai servi di portargli tutti i vasi d'oro e d'argento che suo padre aveva sottratto al tempio di Gerusalemme. Fatto mescere il vino  nei vasi sacri, ordinò ai servi di offrirlo ai tutti i dignitari, ai cortigiani, alle loro mogli e alle loro concubine. Tutti gozzovigliavano e bevevano in onore dei loro dei, quando una mano, apparsa dal nulla, cominciò a tracciare alcune parole sulla parete di fronte al re. Parole strane, caratteri incomprensibili.

Balthasar col viso divenuto cereo dalla paura, le ginocchia tremanti, cominciò a gridare e a ordinare ai servi di radunare subito i maghi caldei e gli indovini.

- Chiunque riuscirà a leggere e a interpretare quella scrittura, sarà rivestito di porpora e avrà una collana di oro al suo collo e sarà considerato la terza persona del mio regno.    

       Nessuno, però,venne a capo di nulla.

- Figlio mio, - disse la regina madre - non adombrarti. Esiste nel tuo regno una persona che già in passato svelò al padre tuo un arcano che nessuno era riuscito a comprendere. Chiamalo al tuo cospetto ed egli ti darà la risposta che tu cerchi.

      Quando Daniele gli fu davanti, Balthasar disse:

- Sei tu quel Daniele condotto da mio padre  sin qui dalla Giudea?

- Sì, sono quel Daniele.

- Ho sentito dire che tu hai lo spirito degli dei e che scienza, intelligenza e sapienza si trovano in te in grado superiore. Ora, i miei sapienti non hanno saputo dare una risposta e nemmeno leggere quelle parole scritte da una mano sulla parete. Tu, forse, potrai interpretare le cose oscure e sciogliere quelle intricate. Leggi la scrittura, spiegala e sarai rivestito di porpora, avrai al tuo collo una collana d'oro e sarai la terza persona del mio regno.

- Non bramo i tuoi doni, Balthasar. Ti leggerò la scritta e ti svelerò il messaggio in essa contenuto. Tuo padre, Balthasar, fu come te. Davanti a lui tremavano popoli e tribù; uccise sempre chi lo ostacolò, castigò e umiliò chi voleva, ma alla fine, dopo un periodo di follia, si pentì. Tu, Balthasar, queste cose le sapevi, ma non hai mai reso umile il tuo cuore. Ti sei innalzato al di sopra dell'Altissimo; hai profanato il suo tempio bevendo il vino nei vasi sacri e non hai mai glorificato quel Dio che tiene tra le mani il tuo destino. E' lui ad aver mandato quella mano.

- Dimmi, Daniele, che cosa c'è scritto là, - gridò il re, puntando il dito verso la parete.

- Stanno scritte tre parole: MANE, THECEL, PHARES.

-. E che cosa significano?

- MANE significa che Dio ha contato i giorni del tuo regno e vi ha posto termine. THECEL vuol significare che sei stato posto sulla bilancia divina e sei stato trovato scarso. Infine PHARES  indica che il tuo regno è finito ed è stato diviso e consegnato ai Medi e ai Persiani.

            Quella stessa notte re Balthasar fu ucciso e sul trono del regno salì Dario, re dei Medi.

  

 

L’ENIGMA DI SANSONE             

 

                                                

(Libro dei Giudici, XIV, 5-20)

      Scese dunque Sansone con suo padre e sua madre a Thamnatha per far loro conoscere la donna filistea che aveva scelto per moglie. Quando furono arrivati alle vigne della città, gli si fece davanti un giovane leone, feroce, assetato di sangue,  il quale ruggendo gli si avventò.

     Ma lo spirito del Signore aiutò Sansone che uccise la belva, la sbranò e la fece a pezzi come un capretto. Né il padre, né la madre, che camminavano davanti a lui, avevano assistito alla lotta.. Per cui non seppero mai che cosa era accaduto.

     Poi, raggiunti i genitori,  in compagnia di essi si recò dalla donna da lui scelta.

     Dopo qualche giorno, ritornando per le nozze, vide la carcassa del leone ucciso e vide che in bocca alla belva le api avevano costruito un favo di miele. Sansone ne raccolse una manciata, ne mangiò una parte e diede l’altra ai genitori, senza dir loro dove lo aveva preso.

     Il giorno delle nozze, in compagnia di trenta amici invitati dalla moglie per il banchetto,  durante i lieti conversari,  Sansone disse ai presenti:

- Amici, ora vi proporrò un enigma e se riuscirete a svelarlo entro i sette giorni del banchetto nuziale, io vi darò trenta vestiti e altrettante tonache. Se, invece, non riuscirete a scioglierlo, sarete voi a darmi trenta vestiti e trenta tonache.

- Proponi l’enigma - risposero i giovani, allettati dal premio.

- Eccolo: “Dal divoratore è venuto il cibo e dal forte è venuto il dolce.”

     Passarono tre giorni senza che alcun giovane avesse trovato la soluzione, per cui si rivolsero alla moglie chiedendole di indurre il marito con le carezze a svelarle il significato dell’enigma, minacciandola, in caso di rifiuto di incendiare la casa di suo padre.

- Ci avete invitato alle nozze con lo scopo di derubarci - le dissero. - E, bada, o donna, se non ci riesci, bruceremo anche te.

      La donna si rivolse a Sansone. Gli chiese di dirle il significato dell’enigma, ma quello fu irremovibile, per cui, piangendo, disse:

- Tu non mi ami, Sansone, - disse - e non vuoi spiegarmi l’enigma che hai proposto ai miei concittadini.

- Perché dovrei rivelartelo, - rispose Sansone  - se non l’ho neppure svelato ai miei genitori?

     Per i giorni restanti del convito la donna continuò a piagnucolare e a non dargli tregua.  Così, al settimo giorno Sansone le diede la spiegazione che subito fu svelata ai giovani.

     E quelli, nel settimo giorno, prima che tramontasse il sole, gli dissero:

- Ecco, Sansone, la risposta: “Nella bocca del leone, il divoratore, tu hai trovato il miele. Per cui, dal forte - cioè il leone - è venuto il dolce - cioè il miele.”

     Sansone, intuendo da chi avessero appreso la risposta, si adirò e disse:

- Voi avete circuito la mia donna, e questa ha tradito il marito. In nessun altro modo avreste mai saputo rispondere.  

     Quindi, per vendicarsi, fortificato dallo spirito del Signore, andò nella città di Ascalone, uccise trenta filistei, tolse loro le vesti e le diede ai giovani che avevano sciolto l’enigma con l’inganno. Poi, pieno di sdegno per il tradimento della moglie, la ripudiò e ritornò dai genitori.

      

 

 

MASUCCIO SALERNITANO

 

 Masuccio Salernitano è il nome con cui è noto Tommaso Guardati, scrittore italiano (nato a Salerno fra il 1410 e il 1415 circa e morto a Salerno nel 1475).  Segretario di Roberto di  Sanseverino, ebbe cultura ed educazione di tipo tradizionale e partecipò alla fioritura degli studi umanistici. Scrisse il Novellino (pubblicato dopo la sua morte), una raccolta di novelle che richiama nella struttura esteriore (cinquanta novelle, divise in cinque giornate) l'opera del Boccaccio. La particolarità di Masuccio è quella di preferire le storie cupe e crudeli cui, solo saltuariamente, alterna storie estrosamente grottesche o briosamente comiche.

 

 

 

Dalla novella numero XLI della quinta giornata  del Novellino.

 

Due cavalieri francesi Filippo e Carlo, al seguito del duca Ranieri d'Angiò, soggiornano per alcuni mesi in Firenze. Durante la loro permanenza  Filippo si innamora perdutamente di una gentildonna e con lei trascorre momenti felici.

 

Ma improvvisamente, per affari personali, il duca Ranieri, fu costretto a rientrare a Parigi e tutto il suo seguito dovette seguirlo. Filippo e Carlo, ormai calati nell'atmosfera del mondo dorato di Firenze, mal tollerarono la partenza, in particolar modo Filippo, costretto ad abbandonare la donna amata.  Nondimeno promise che, qualunque fosse la ragione che lo costringeva a lasciarla, per nessuna cosa al mondo avrebbe tralasciato di ricordarla e la rassicurò sul suo immediato ritorno. 

Con tale promessa partì.

Il tempo cominciò a trascorrere e vuoi per nuove occupazioni, vuoi per nuove amicizie nel frattempo nate, avvenne che Filippo si ricordasse sempre meno della donna amata e in particolar modo della solenne promessa fatta. E cominciò dapprima a diradare le sue risposte alle lettere dell'amata per poi cessare completamente di corrispondere, sebbene la donna continuasse a scrivergli.

La gentildonna, resasi conto che il suo tanto innamorato Filippo, nonostante le promesse e i giuramenti fatti, col passar del tempo l'aveva completamente dimenticata, fu presa dallo sconforto e quasi impazzì di dolore. Non le pareva vero, pensando ai momenti felici trascorsi, che Filippo fosse così crudele e disumano.

Ripensando all'ultima lettera ricevuta nella quale ancora traspariva l'amore di Filippo, la donna decise di mettere alla prova il suo innamorato con una strana richiesta per poter capire se egli nutriva ancora qualche affetto nei  suoi confronti.

Si recò presso un valente orafo  e gli fece fare un bellissimo anello d'oro. Su quello fece incastonare un grosso diamante, visibilmente falso, e tutt'intorno all'anello fece incidere il seguente motto:

                               Eli, Eli, lamma sabacthani.  

 

Poi, ripostolo accuratamente in un cofanetto imbottito con tela di Cambrai, lo affidò ad un mercante fiorentino, che si doveva recare a Parigi per affari, affinché lo recapitasse al suo Filippo. Gli chiese di consegnarglielo segretamente e di dirgli:

- Colei che ama te solo, ti manda questo dono e ti supplica di inviarle una risposta. Tu capirai.

     Filippo ricevette il dono e l'ambasciata, ma entrambi lo lasciarono alquanto perplesso in quanto non riusciva a penetrare il significato di quel dono e di quelle parole.

Per più giorno andò fantasticando; ne parlò al suo amico Carlo e ad altri cavalieri, ma nessuno poté spiegargli l'enigma. Per ultimo, saputo che il duca Giovanni, uomo molto saggio nel dar consigli ed esperto nell'arte di saper leggere le cose arcane,  si recò da lui per consultarlo e per avere una risposta.

Il duca esaminò l'anello, lesse il motto inciso, rimase un poco soprappensiero e poi guardò severamente il giovane e gli diede la risposta:

- Ecco, cavaliere il significato del dono. Qualcuno ti chiede: Di', amante falso: perché mi hai abbandonato?  

Filippo allora comprese e in cuor suo lodò la donna amata. Poi, preso dal rimorso per il suo tradimento, deliberò subito di riparare. E l'indomani si mise in viaggio per ritornare a Firenze.

 

 

Per comprendere la soluzione dell'enigma proposto dalla gentildonna fiorentina occorre tener presente che la stessa si avvalse di un gioco di parole, di una sciarada più un rebus, per mascherare la sua domanda.

 La sciarada è racchiusa nella parola 'diamante' la quale può essere divisa in due parti e cioè: ‘di' [nel senso di: ‘dimmi’], più la parola 'amante' (che, unite,  formano la parola 'diamante') .

Il rebus consiste nel fatto che fosse stata scelta una pietra falsa per indicare che anche l'amore di Filippo non era veritiero, non era sentito, e, quindi, si trattava di un falso amore, di un amante falso.

      La scritta "Eli, Eli, lamma sabacthani"  richiama alla mente le parole che Gesù Cristo, inchiodato alla croce, in un momento di sconforto e di dolore, rivolge al Padre e che significano:  "O Signore, o Signore, perché mi hai abbandonato?"

      Anello, diamante e motto erano una chiara domanda, cui il giovane cavaliere Filippo doveva dare una risposta. E la diede col suo ritorno a Firenze.

 

 

 

 

 

 

EDGARD ALLAN POE

  

Edgard Allan Poe, figlio di attori girovaghi di origine irlandese, nacque a Boston nel gennaio del 1809. Suo padre, alcoolizzato, abbandonò la moglie e il figlio ancora in fasce e non fece mai più ritorno in famiglia. Dopo la morte della madre, avvenuta due anni dopo, il piccolo Edgard fu adottato da John Allan, un ricco mercante, che gli diede il suo nome.

Di carattere irrequieto e tormentato, indisciplinato, giocatore, bevitore, dopo un litigio col padre adottivo, prende a vagabondare. Nel 1827 scrive il suo primo volume di poesie Tamerlano e altri poemi. Acquista notorietà dopo aver vinto un premio letterario per il suo racconto  Manoscritto trovato in una bottiglia. Il successo lo sprona a scriverne altri i quali gli procurano la nomina a vicedirettore del "Southern Literary Messenger", che poi lasciò per assumere la nomina di direttore del  "Gentleman's Magazine", e poi del "Graham's Magazine". Avvertì sempre il peso dello sfruttamento dei suoi editori e, inquieto, insoddisfatto e insofferente per natura, si diede all'alcool. Nel 1847 sua moglie Virginia, sposata quando essa aveva quattordici anni, morì di tubercolosi. Un duro colpo dal quale si riprese a fatica. Invitato in molte città americane a tenere conferenze, visse un periodo tranquillo durante il quale scrisse i suoi saggi più importanti

Nel 1849, quando la fama sembrava arridergli e le avversità sparire, all'uscita da una taverna, fu colto da un attacco di delirium tremens. Ricoverato nell'ospedale del Washington College, morì il 7 ottobre senza aver ripreso conoscenza.

Tra le sue opere principali si ricordano Poesie (1831) Tamerlano e altri poemi (1827), Gordon Pym (1837), Grotteschi e arabeschi (1840) e tutta una lunga serie di racconti del terrore, del  mistero, del raziocinio, raccolti sotto il titolo di Racconti straordinari. In questi affiora sempre il tormento, il dolore, il senso angoscioso dell'esistenza, quello costante della morte, del disfacimento, del nulla. Il racconto Lo scarabeo d'oro (1843), pregno di lucidità e di vigorosa capacità di analisi nel risolvere una crittografia e nella ricerca e scoperta di un tesoro, è uno dei suoi capolavori.

 

 

 

LO SCARABEO D’ORO                                                                                      

 

 Nel racconto  Lo scarabeo d'oro Poe rovescia quello che solitamente rappresenta l'iter normale di una vicenda basata sulla ricerca di un tesoro e cioè: scoperta di una mappa o manoscritto o crittogramma ; soluzione del problema; ricerca sul terreno. L'Autore inizia dalla fine con la ricerca, lasciando la spiegazione del reperimento di una pergamena e della soluzione del crittogramma in essa contenuto, alla seconda parte, quando già il tesoro è al sicuro.

Il racconto si basa sulla ormai consolidata amicizia che lega  il narratore al protagonista William Legrand, proprietario di una casa su un’isola. Tra i due non esistono segreti per cui, quando una sera  Legrand si adombra per una osservazione fattagli, lascia perplesso l'amico.

La causa dell'apparente screzio è  il ritrovamento di uno scarabeo dorato, una specie rara, avvenuto casualmente  durante una passeggiata per l'isola  in compagnia del servitore negro Jupiter. Legrand, non avendo con sé il coleottero, prestato ad un conoscente che voleva analizzarlo, e volendo descrivere lo scarabeo all'amico, disegnandolo su un pezzo di pergamena rinvenuta casualmente sulla spiaggia vicino al relitto di una vecchia barca, si sente da questi benevolmente criticato.  L'amico, sorridendo, gli  dice che il disegno, più che ad uno scarabeo, somiglia alla testa di un morto. Seccato per la critica, Legrand, di carattere mutevole, si rifugia in un mutismo incomprensibile e, con un  atteggiamento scostante, induce l'amico a lasciarlo solo.

Passa un mese prima che Legrand si rifaccia vivo con una lettera, recapitata dal  servitore Jupiter, contenente un perentorio invito a raggiungerlo immediatamente  per una questione della massima importanza.

 

 

Il tono del messaggio era inquietante, scritto com'era in uno stile diverso da quello solito di Legrand. Che andava rimuginando? Quale fantasia  ossessionava la sua mente eccitabile? Che cos'era la 'questione molto importante' che lo preoccupava? Quello che mi aveva detto Jupiter sul suo conto non lasciava presagire nulla di buono. Temevo per la sua ragione e quindi mi preparai a seguire il negro senza un attimo di esitazione.

Quando fummo giunti al molo notai una falce, tre badili, dall'apparenza completamente nuova, posati sul fondo della barca sulla quale dovevamo salire.

- Che cos'è quella roba?

- Falce e badili.

- Questo lo vedo, ma a che servono.

- Massa Will mi ha chiesto di comprarli.

- Ma in nome di tutti i misteri, che ci fa il tuo padrone con falci e badili?

- Il diavolo mi porti se lo so. E' tutta colpa di quello scarabeo.

      Ossessionato da quell'insetto, Jupiter non mi avrebbe saputo spiegare nulla, perciò mi rassegnai ad entrare nella barca e mettermi alla vela. Grazie ad una bella brezza imboccammo ben presto la minuscola insenatura a nord del Forte Moultrie e dopo una passeggiata di qualche miglio arrivammo alla capanna. Legrand ci stava aspettando in preda all'ansia più profonda. Mi afferrò la mano con premura, pieno di un nervosismo che mi allarmò. Era pallido come un fantasma e i suoi occhi brillavano di una luce innaturale.

 

     Inizia così una spedizione e una ricerca che  sarà sensazionale in quanto culminerà con la scoperta del favoloso tesoro sepolto su quell'isola molti anni addietro dal pirata Kidd.

     Questa è la parte parte avventurosa, l'elemento fantastico del racconto. Ma quello che maggiormente attira il lettore avido del mistero è la seconda parte, quella raziocinante che affronta la soluzione di un messaggio criptografico su cui si basa tutto il racconto.

     Ormai il tesoro è stato trovato e si trova al sicuro. Ma all'amico questo non basta: vuole sapere dove e come ha scoperto la traccia che ha portato al rinvenimento.

     E Legrand comincia a raccontare:

 

 

     Legrand, il quale aveva capito che io stavo morendo dall'impazienza di conoscere la spiegazione di questo fantastico enigma, cominciò a spiegare.

-Ti ricorderai della sera in cui ti mostrai il disegno sommario dello scarabeo e non ti sarai dimenticato che rimasi seccato per la tua critica in cui affermavi che il mio disegno sembrava una testa di morto. Mi dava fastidio che tu ti burlassi delle mie doti artistiche, perché tutti mi ritengono un buon disegnatore e perciò quando mi restituisti il pezzo di pergamena, io lo accartocciai e fui lì lì per gettarlo nel fuoco.

- Il pezzo di carta, vuoi dire, - lo corressi.

- No, assomigliava a un pezzo di carta, e anch'io lo ritenni tale, ma quando mi misi a disegnarvi sopra mi accorsi subito che si trattava di un pezzo di pergamena sottilissimo e assai sporco. Mentre stavo per buttarlo nel fuoco, l'occhio mi cadde sul disegno che tu avevi appena criticato e ti puoi immaginare lo stupore quando mi accorsi che c'era una testa di morto, proprio dove avevo disegnato lo scarabeo. Il disegno che io avevo fatto era ben diverso da quello che vedevo. Perciò presi una candela e, andandomi a sedere all'altra estremità della camera mi misi ad esaminare la pergamena con maggiore attenzione. Nel rigirarla quale fu la mia sorpresa nel vedere sul rovescio il mio disegno, esattamente come lo avevo tracciato io! Il mio primo pensiero fu in quel momento semplicemente di stupore per l'affinità veramente singolare tra i due profili, per la strana coincidenza che, a mia insaputa, ci fosse un teschio sull'altra parte della pergamena, proprio sotto il disegno dello scarabeo.

     Quando mi riebbi dallo stupore, ricordai che quando avevo abbozzato il mio disegno avevo girato e rigirato il foglio per cercare una parte adatta e pulita su cui disegnare e non avevo visto alcun  teschio. C'era dunque un mistero che in quel momento non riuscivo a spiegare, anche se un bagliore cominciava a brillare nei recessi più profondi della mia mente. Per cui riposi la pergamena e rimandai l'esame a quando fossi rimasto solo.

     Nella calma ricordai di aver visto il pezzo di pergamena, semisepolto nella sabbia,  vicino al rottame di una barca. Jupiter l'aveva raccolto per avvolgerci lo scarabeo e me lo aveva consegnato.

     Nel ritorno a casa avevamo incontrato il tenente G. al quale mostrai l'insetto e quello mi pregò di affidarglielo per poterlo esaminare con cura. Glielo diedi e mi misi il pezzo di pergamena in tasca. Quella sera, quando ti disegnai lo scarabeo, ricorderai che cercai un pezzo di carta  sul tavolo e nel cassetto e, non trovandone, ripescai dalla tasca il pezzo di pergamena. Senza dubbio tu mi giudicherai fantasioso, eppure avevo già collegato due anelli di una lunga catena: una barca abbandonata sulla spiaggia e non lontano una pergamena, bada non un foglio di carta, con sopra un teschio. "E dov'è il nesso?" ti chiederai. Nel fatto che il teschio o testa di morto è l'emblema dei pirati, presente sulle loro bandiere. Ho detto che si trattava di un pezzo di pergamena e non di carta. La pergamena è duratura, pressoché eterna. E' raro che siano affidate alla pergamena cose di poco momento, e questa riflessione mi suggerì un certo rapporto col teschio...

- Ma, - interruppi - tu mi hai detto che il teschio non c'era sulla pergamena quando vi hai tracciato lo schizzo dello scarabeo. Come dunque stabilire un rapporto qualsiasi tra la barca e la testa di morto dal momento che quest'ultima, per tua stessa ammissione, deve essere stata disegnata (Dio sa solo come e da chi!) in un periodo successivo al tuo schizzo dello scarabeo.

- Qui poggia il mistero, anche se è stato semplice risolvere. Quando disegnai lo scarabeo sulla pergamena la testa di morto non c'era. Ti passai lo schizzo senza perderlo di vista. Quindi non fosti tu a disegnarlo e nessun altro poteva farlo. Dunque non era opera di un essere umano, eppure era lì. Fu allora che mi sforzai di ricordare ogni dettaglio di quella sera. Il clima era freddo e il fuoco ardeva nel camino. Io ero seduto al tavolo e tu invece seduto su una poltrona vicina al fuoco. Mentre prendevi in mano la pergamena è entrato Wolf, il mio cane di Terranova, e ti è balzato alle spalle. Con la mano sinistra tu lo accarezzavi per farlo star quieto, mentre la destra con la pergamena era lungo le tue ginocchia vicino al fuoco.  Temetti che la vampa la lambisse e stavo per avvertirti ma tu avevi già ritratto la mano e ti accingevi ad esaminare la pergamena. Non dubitai neppure per un attimo che fosse stato il calore l'agente che aveva riportato alla luce sulla pergamena il teschio. Come ben sai esistono prodotti chimici che permettono di scrivere sia su carta che pergamena in modo che i caratteri divengano visibili solo se sottoposti all'azione del calore. Presi ad esaminare attentamente la testa di morto. I suoi bordi esterni, quelli più vicini al bordo della pergamena, erano assai più distinti degli altri. Dunque l'azione del calore era stata imperfetta o disuguale, per cui sottoposi ogni punto della pergamena alla fiamma. La figura del teschio divenne più nitida mentre in basso, dalla parte diagonalmente opposta alla testa, comparve una figura che mi sembrò un capretto e ad un esame più minuzioso mi accorsi che si trattava proprio di un capretto.

- Non mi dirai - esclamai - di aver così trovato il terzo anello della catena e di aver scoperto un legame particolare tra i tuoi pirati e una capra, spero! I pirati non hanno nulla da spartire con le capre, se mai un contadino...

- Chi ha parlato di capre! Si trattava di un capretto.

- Ho capito, ma capra o capretto che differenza fa?

- Hai mai udito parlare di un certo capitano Kidd o capitan Capretto? Immaginai subito che la figura posta in basso nell'angolo destro della pergamena  fosse una specie di firma, una sorta di gioco di parole, kidd infatti, in inglese, significa capretto,  quindi di una firma geroglifica, così come il teschio nell'angolo superiore sinistro faceva pensare ad un sigillo. Ma rimasi male perché nel corpo della pergamena, dove solitamente si trova il testo, non c'era nient'altro, nessun manoscritto,  nessuna parola.

- Probabilmente ti aspettavi di trovare una lettera tra il sigillo e la firma.

- Pressappoco. La scoperta dello scarabeo e tutte le circostanze e le combinazioni di quel giorno avevano scatenato la mia immaginazione. Tu avrai inteso le storie che circolano sul tesoro sepolto in qualche punto della costa atlantica da capitan Kidd. Queste dicerie devono pure avere un fondamento. Se Kidd avesse sepolto e poi ripreso il suo tesoro, le leggende non sarebbero arrivate immutate sino a noi. Avrai pure notato che tutte le storie parlano di cercatori e non di scopritori d'oro. Io ebbi la sensazione che un caso fortuito, lo smarrimento del promemoria indicante la località esatta, aveva privato capitan Kidd del mezzo per ritrovarlo. Tale disavventura doveva essere nota ai suoi uomini, perché in caso contrario non avrebbero potuto saper nulla del tesoro nascosto, e dopo ricerche infruttuose, privi di una guida o di qualunque indicazione, non sarebbero stati in grado di diffondere queste leggende. Hai mai inteso dire che sia stato dissotterrato un tesoro importante lungo la costa?

- No.

- Le ricchezze di Kidd erano favolose e a mio giudizio erano ancora sepolte. Ti confesso che ebbi quasi la certezza che quella pergamena, così stranamente ritrovata, conteneva l'indicazione smarrita del luogo dove il tesoro era stato sotterrato.

- E come sei giunto alla conclusione?

- Seguitai a tenere la pergamena accostata al fuoco, ma non comparì nulla. Ritenni allora che forse la coltre di sporcizia che la ricopriva avesse qualcosa a che vedere col mio insuccesso: risciacquai quindi la pergamena accuratamente versandovi sopra dell'acqua calda e, fatto ciò, la posi in una pentola di stagno col teschio rivolto all'ingiù sul fondo di una pentola asciutta e la posi sulle braci. Appena si fu convenientemente riscaldata, tolsi il foglio e con mia indicibile gioia mi accorsi che in vari punti era ricoperta da segni che sembravano cifre incolonnate. La rimisi nella pentola e ve la lasciai per un altro minuto. Quando la tolsi era come puoi vederla adesso.

     Legrand riscaldò di nuovo la pergamena e me la porse perché la esaminassi. I segni erano tracciati rozzamente in rosso tra la testa di morto e il capretto.

 

 

53##+305))6*;4826)4#.)4#);806*;48+¶609985;i#(;:#*8+83

(88)5**;46(;88*96*?;8)*#(;485);5*+2:*#(;4956*2(5*-          4)8¶8*;4069285);)6+8)4##;i(#9;4808i;8:8#i;48+85;4)485+5288

06*8i(#9;48;(88;4(#?34;48)4#;i6i;:i88;#?;

 

- Per me è arabo - dissi restituendogli il foglio.

- Eppure la soluzione è più facile di quanto tu possa pensare. Si tratta, come puoi comprendere,di una scrittura cifrata con un  significato preciso. Tuttavia non ritengo che il capitano Kidd fosse capace di elaborare un crittogramma eccessivamente astruso; per cui pensai ad tipo di scrittura cifrata semplice, facilmente interpretabile, ma insolubile per un marinaio privo della relativa chiave.

- E tu ci sei riuscito?

- Quasi subito; ne ho risolti altri diecimila volte più difficili. Il caso e una certa predisposizione della mia mente mi hanno portato ad appassionarmi di questo genere di indovinelli e vi è giusto motivo di dubitare che esista  un essere umano capace di creare un mistero che altri esseri umani non siano in grado di risolverlo con una paziente applicazione. Dopo aver individuato i caratteri, non mi preoccupai della difficoltà legata alla comprensione del loro significato. La prima domanda che ci si deve porre in questi casi  concerne il  linguaggio usato nella scrittura cifrata e questo perché le possibili soluzioni dipendono e variano in base allo spirito di ciascun idioma. Occorre pertanto, come alternativa, sperimentare (attenendoci al calcolo delle probabilità) ogni lingua conosciuta da colui che tenta di  trovare la chiave della soluzione, finché non si giunga a quella effettivamente usata nel testo cifrato. Ma la firma della pergamena rimuoveva ogni difficoltà.

- E come?

- Il gioco di parole sul vocabolo 'kidd-capretto' può suggerire una sola lingua: quella inglese. Quindi partii dal presupposto che il crittogramma fosse redatto in inglese. Osserva poi come fra tra una parola e l'altra non ci sia una spaziatura. La spaziatura avrebbe reso il lavoro molto più semplice perché avrei potuto iniziare con l'analizzare le parole più brevi. Se poi avessi riscontrato parole di una sola lettera, per esempio una 'a' (n.d.c.:  in inglese corrisponde all'articolo uno) o ' ' ( corrispondente al pronome 'io', ) avrei ritenuto la soluzione come sicura. Ma non essendovi spaziatura il mio primo pensiero fu di individuare le lettere predominanti e quelle più rare. Le contai tutte ed ecco il prospetto riassuntivo:

 

     Il carattere       8 è presente     33     volte

                              ;           "           26        "

                              4          "           19        "

                              #   )      "           16        "

                              *          "           13        "

                              5          "           12        "

                              6          "           11        "

                              +   i      "             8        "

                              0          "           6         "

                              9   2     "           5         "

                              :    3     "           4         "

                              ?          "           3         "

                              ¶          "           2         "

                              .    -      "           1         "

 

 

- Ora in inglese la lettera più frequente è la   e,  seguita nell'ordine da a o i d h n r s t u y c f g l m w b k p q x z. La   e domina al punto che non è raro trovare una parola senza incontrarla. Naturalmente l'uso generale che si possa fare della tabella è generico, ma per quanto riguarda questo crittogramma ne usufruiremo solo parzialmente. Dato che l'  8   è il segno predominante, presumeremo che corrisponda alla lettera  e  dell'alfabeto naturale. Per accertarci della supposizione basta vedere se l' 8 si trova spesso ripetuto, come avviene in molte parole inglesi come meet, fleet, speed, seen, been, agree. Nel nostro caso è ripetuto ben cinque volte, nonostante la brevità del testo. Quindi diciamo che l'  8 corrisponde alla  e. Ora, tra tutte le parole inglesi la più usata è l'articolo the. Vediamo quindi se nel testo vi sia una ripetizione di tre caratteri di cui il terzo sia 8. Se li troviamo significa che il vocabolo è the. Si riscontrano almeno sette gruppi  i cui singoli segni sono  ;48.  Si deduce che il   ;   deve rappresentare una t;  il  4  una h e l'  8 una  e. E così la nostra ipotesi sulla  e  ha fatto un passo avanti. Abbiamo individuato una parola e al tempo stesso  possiamo stabilire un fattore importante, cioè diversi inizi e finali di vocaboli.  Osserviamo ora il penultimo caso in cui appare la combinazione ;48 , quasi alla fine del crittogramma. Sappiamo che il  ;   immediatamente successivo è l'inizio di una parola e dei sei segni successivi a questo the ne conosciamo non meno di cinque. Sostituendoli con le lettere conosciute e lasciando lo spazio vuoto per quelli ignorati otterremo:

 

                                         t   eeth

 

- A questo punto possiamo subito scartare  il gruppo finale  th  perché non può far parte della parola incominciante con la prima  t  . E questo perché, dopo aver provato con tutte le lettere dell'alfabeto per occupare il posto vuoto, non si trova una parola che comprenda questo  th. Pertanto bisogna ridurre i caratteri a:

 

                                         t  ee

 

e scorrendo il vocabolario troviamo la parola  tree (albero), come la sola possibile a leggersi. In tal modo guadagniamo un'altra lettera, la   r   che corrisponde al simbolo   )   e abbiamo al tempo stesso due parole vicine  the tree (l'albero).  Se proseguiamo con lo sguardo troviamo nuovamente poco discosta la combinazione   ;48  che identifichiamo come finale di quello che immediatamente precede. E ci troviamo con:

 

                                         the tree ;4(#?34  the

 

e, sostituendo ai caratteri le lettere che già conosciamo, avremo

 

                                         the tree thr#?3h the

 

Mettiamo al posto dei caratteri ignoti uno spazio vuoto o mettiamo puntini, avremo

 

                                         the tree thr . . . h  the

 

la parola  trough salta subito agli occhi. La scoperta ci permette di riconoscere altre tre lettere o u g  rappresentate dai simboli  #  ?  3.  Scorrendo ora attentamente il crittogramma in cerca di altre  combinazioni di caratteri noti, troviamo quasi in apertura la seguente combinazione:

 

                                          8 3 ( 8 8

 

e cioè  egree  il che è chiaramente la conclusione della parola  degree (grado). Ed ecco scoperta un'altra lettera la  d  rappresentata dal segno  +  . Dopo altre quattro lettere ci imbattiamo nella combinazione:

 

                                          ;46(;88*

 

Traducendo i caratteri noti e sostituendo con puntini quelli che non conosciamo  abbiamo il termine

 

                                         th  .  rtee .

 

una disposizione che suggerisce subito la parola  thirteen (tredici) e di nuovo ci fornisce altre due lettere la   i   e la   n  rappresentate da   6   e da   *   .

Tornando all'inizio del crittogramma, abbiamo:

 

                                          53##+

 

che tradotto significa

 

                                         . good

 

e ci conferma che la prima lettera  è una   a    e che le prime due parole sono  A good (Un buon).

Per evitare confusioni è ora tempo di riordinare il nostro cifrario sino al punto in cui siamo riusciti a decifrarlo, sotto forma di tabella. Eccolo:

 

                              5    rappresenta            a

                              *          "           d

                              8          "           e

                              3          "           g

                              4          "           h

                              6          "           i

                              *          "           n

                              #          "           o

                              (           "           r

                              ;           "           t

                              ?          "           u

 

Abbiamo undici lettere tra le più importanti. Credo, quindi, sia inutile continuare... perché la soluzione viene da sé. Credo di averti convinto come crittogrammi di questo tipo siano facili da interpretarsi e spero di averti dimostrato l'intuizione razionalistica del loro sviluppo. Per cui posso fornirti la traduzione completa del documento.

 

"A good glass in the bishop's hostel in the devil's seat forty-one degrees and thirteen minutes northeast and by north main branch seventh limb east side shoot from the left eye of the death's-head a bee line from the tree through the shot fifty feet out."

(Un buon vetro nell'ostello del vescovo nel seggio del diavolo quarantun gradi e tredici primi nord est e da nord biforcazione principale settimo ramo lato est lascia cadere dall'occhio sinistro della testa di morto una linea retta dall'albero dalla fine del  piombo cinquanta piedi in fuori)

 

- L'enigma è pur sempre incomprensibile - gli feci notare. - Come è possibile trarre significati da un guazzabuglio linguistico che comprende seggi del diavolo, teste di morto e ostelli del vescovo?

- Devo ammettere che a prima vista la questione può apparire  ancora  piuttosto complessa - ammise Legrand.  - Per prima cosa ho cercato di individuare le divisioni tra una frase e l'altra così come la intendeva il crittografo.

- Punteggiandola, cioè?

- Pressappoco.

- Ma come ci sei riuscito?

- Se lo scrivente aveva riunito le parole senza spaziatura era perché voleva rendere più difficile la soluzione. Ora  è molto facile che un uomo non eccessivamente perspicace, nel perseguire uno scopo come questo si lasci indurre a strafare. Giunto nel corso della sua compilazione ad una interruzione di senso che logicamente avrebbe richiesto un punto o una virgola, era fatale che si affrettasse, proprio in quel punto, ad avvicinare di più i caratteri gli uni agli altri. Se esamini il manoscritto vi troverai cinque punti in cui la scrittura è insolitamente affastellata. Seguendo questa supposizione ho proceduto alla seguente divisione:

 

"Un buon vetro nell'ostello del vescovo nel seggio del diavolo - quarantun gradi e tredici primi - nordest e da nord - biforcazione principale settimo ramo lato est - lascia cadere dall'occhio sinistro della testa di morto - una linea retta dall'albero dalla fine del piombo cinquanta  piedi in fuori."

 

- Ma anche così io non capisco nulla.

- Confesso che pure io al principio rimasi a brancolare nel buio per parecchi giorni, finché non decisi di fare una ricognizione attraverso l'isola e a informarmi presso gli abitanti.

 

            Con questo si conclude la parte relativa all'interpretazione dell'enigma ed inizia la ricognizione sul terreno dell'isola alla ricerca dei punti di riferimento citati nella pergamena. Legrand scopre così che "l'ostello del vescovo" è la deformazione di "Bessop's Castel" , il nome dato ad una rupe molto alta  da cui si può godere l'intero panorama dell'isola. Scalata la rupe, proprio in cima Legrand trova una sporgenza che forma una specie di poltrona chiamata il Seggio del diavolo. Da quella posizione incavata nella roccia, con l'aiuto di un "buon vetro" (così i marinai chiamavano il cannocchiale) Legrand poteva vedere in una sola direzione. Puntando pertanto il cannocchiale ad una elevazione sulla linea dell'orizzonte di quarantun gradi e tredici primi e orientandolo a nord est e da nord, come indicava la pergamena, vide in lontananza un albero e su un ramo una macchia bianca che, da una successiva ricognizione, risultò essere la testa di un morto ormai spolpata dagli uccelli.

 

- Fatta questa scoperta - proseguì Legrand fui così avventato da considerare l'enigma risolto, dato che la frase "biforcazione principale del settimo ramo lato est" poteva riferirsi solo alla posizione del teschio sulla pianta, mentre "lascia cadere dall'occhio sinistro della testa del morto" ammetteva una sola interpretazione se riferita alla ricerca di un tesoro sepolto. Dovevo lasciar cadere un peso dall'occhio sinistro del teschio, tracciando poi una linea retta che partiva dal punto più vicino al tronco e passava per quello in cui il peso era caduto, arrivando poi ad una distanza massima di cinquanta piedi. Era possibile che in quel punto ci fosse il tesoro... il giorno dopo andai alla ricerca dell'albero e, dopo molto faticare, lo trovai. Il resto ti è noto.

- Immagino che la fantasia del teschio di lasciar cioè cadere un peso dall'occhiaia del teschio, deve essere stata suggerita a Kidd dalla bandiera pirata. Certo egli doveva sentire un certo rapporto poetico nel recuperare la propria ricchezza attraverso questo lugubre simbolo.

- Può darsi: tuttavia non posso fare a meno di pensare che la praticità ha avuto qui buon gioco non meno del rapporto poetico. Affinché apparisse visibile dal "seggio del diavolo" era necessario che l'oggetto, se piccolo, fosse bianco; e non vi è nulla come un teschio umano per conservare anzi per accrescere la propria bianchezza qualora sia esposto alle intemperie dei venti e delle stagioni.

- Perché hai voluto lasciar cadere attraverso l'occhio del  teschio lo scarabeo anziché un piombo o altro peso qualsiasi?

- Perché tu, mentre andavamo alla ricerca del tesoro, dubitavi della mia sanità mentale e volli punirti con una piccola messinscena, facendo dondolare continuamente lo scarabeo durante la ricerca e lasciandolo cadere dall'albero. E' stata una tua osservazione sul suo peso a farmi venire l'idea.

 

 

 

JULES VERNE

 

Jules Verne (1828-1905),  figlio di un avvocato di Nantes, divoratore da ragazzo di libri di avventure e amante di viaggi, tanto da imbarcarsi clandestinamente come mozzo su una nave diretta in America. Scoperto dal padre e riportato a casa, promise a se stesso che se non avesse potuto viaggiare di persona, avrebbe comunque viaggiato con la fantasia. Destinato a studi giuridici, preferì diventare scrittore nonostante l'avversione paterna. Si appassionò alle scienze, ma l'amicizia con Alexandre Dumas lo introdusse nel campo del teatro dove riuscì a piazzare  alcune commedie. Dopo un periodo come agente di cambio, ripiegò sulla letteratura e scrisse nel 1863 il primo romanzo Cinque settimane in pallone. Fu l'inizio di quella prestigiosa serie di romanzi pubblicati dall'editore Hetzel, tradotti in tutto il mondo. Tra i più noti: Dalla Terra  alla Luna, Attorno alla Luna, Ventimila leghe sotto i mari, L'isola misteriosa, Il giro del mondo in ottanta giorni, Michele Strogoff, Le avventure del capitano Hatteras, I figli del capitano Grant... In tutto circa sessanta volumi, tutti pubblicati a puntate sul quindicinale "Magazine d'Education et de Récréation", fondato da Hetzel e Jean Macé nel 1864, nell'intento di rinnovare la letteratura per ragazzi.

Verne fu considerato, assieme a George Herbert Wells, il padre della fantascienza, ma mentre il filone dei romanzi di Wells è effettivamente fantascientifico, quello di Verne può essere definito 'di anticipazione'. Tutte le invenzioni presenti nei suoi romanzi furono in seguito realizzate e superate: vedi ad esempio il sottomarino 'Nautilus' azionato da energia elettrica, superato oggi da quella nucleare.

Fra tutti i suoi romanzi quello che ancor oggi mantiene una patina fantascientifica è Viaggio al centro della Terra (1864), il cui avvio prende le mosse dalla scoperta di una pergamena contenente un messaggio crittografico.

 

 

 

Viaggio al centro della Terra.

  

La storia inizia  il 24 maggio del 1863 in una casa sita al numero 19, in un vecchio quartiere di Amburgo, abitata dal professor Lidenbrock, dalla sua pupilla Grauben e dal suo nipote Axel. Il professore  è un tipo stravagante, pronto a gettarsi in ogni avventura. E' uno scienziato e un pozzo di scienza, appassionato di geologia, per cui, quando gli capita di imbattersi in qualcosa di nuovo, non demorde finché non ha trovato una soluzione o una spiegazione.

 

Questo fatto nuovo fu l'apparizione di una pergamena sudicia che, scivolò da un libro e cadde a terra. Mio zio si precipitò avidamente per raccoglierla. Ed era comprensibile. Un documento antico, chiuso da chissà quanto tempo in un libro non poteva che avere un pregio altissimo.

- E questo cos'è? - esclamò, affrettandosi a spiegare con cura sul tavolo la pergamena. Si soffermò a guardare le righe allineate nelle quali, in righe trasversali, erano riportati caratteri indecifrabili.

 

 

Il professor Lidenbrock,  data una occhiata ai caratteri, si tolse gli occhiali:

- Credo siano caratteri runici, - dichiarò. - I segni sono assolutamente identici a quelli del manoscritto di Snorre Turleson! Ma che possono significare?

Sebbene mio zio fosse un esperto poliglotta, non mi dispiacque di vederlo in difficoltà.

- No, non v’è dubbio: questo è islandese antico: e i caratteri sono runici - borbottò, aggrottando la fronte - Se così è, devono racchiudere un segreto che debbo scoprire.

Un gesto violento concluse il suo pensiero.

- Mettiti lì e scrivi, - mi ordinò, indicando con la mano il tavolo. Io ti detterò le varie lettere del nostro alfabeto che corrispondono ad ognuno di questi caratteri islandesi. Vediamo quale sarà il risultato; ma, per San Michele, sta bene attento a non sbagliarti.

La dettatura iniziò e io mi misi a scrivere con impegno. Il risultato fu qualcosa di incomprensibile.

mm.rnlls esreuel seecJde
sgtssmf unteief niedrke
kt, samn atrateS saodrrn
emtnael nuaect rrilSa
Atvaar .nscrc ieaabs
ccdrmi eeutul frantu
dt,iac oseibo KediiY

Appena ebbe terminato di dettare, mi tolse bruscamente il foglio e si mise a studiarlo

attentamente.

- Che vorrà mai dire? Sono certo che si tratta di un crittogramma e che i caratteri sono confusi ad arte. Se solo si riuscisse a disporli nell'ordine giusto forse ci troveremmo di fronte a qualche importante scoperta.

Inforcò gli occhiali e afferrata una lente, si diede ad esaminare le prime pagine del libro da cui era cascata la pergamena.  Sul verso della seconda antiporta, notò una minuscola macchia. Sembrava una sbavatura d'inchiostro, ma sotto la lente apparvero alcuni caratteri semicancellati. Doveva trattarsi di  qualcosa di interessante perché mio zio si sforzò di decifrarli. E, sebbene stentatamente, ci riuscì. Si trattava sempre di caratteri runici.

 

                       

 

- Arne Saknussemm! - esclamò con tono trionfale. E' un nome islandese e come se non bastasse è il nome di uno scienziato del sedicesimo secolo!

-  Ma perché ha cercato di celare in questo modo quella che deve aver scoperto? - domandai.

- Perché, perché? Che vuoi che ne sappia? Molti scienziati volevano tener nascoste le loro scoperte.

Nascosto o no voglio scoprire il segreto, a costo di non mangiare e di non dormire. E tu mi aiuterai!

Per prima cosa dobbiamo trovare il linguaggio di questo 'cifrario'. Non dovrebbe essere difficile.

Anzi, sarà facilissimo.

     Fece un rapido calcolo.

- Ecco, in questo documento ci sono 132 lettere di cui 79 consonanti e 53 vocali.  Direi che sia la proporzione esistente nelle parole di lingue meridionali. Gli idiomi del nord Europa sono infinitamente più ricchi di consonanti. Quindi il manoscritto deve essere scritto in una lingua del mezzogiorno.

- Già, ma quale? chiesi. - Ce ne sono tante!

- Non dimenticare che Saknussemm era un uomo dotto e, siccome non scrisse nella lingua materna, significa che dovette scegliere un linguaggio in uso tra gli scienziati del sedicesimo secolo: propenderei per il latino. E se poi mi sbaglio, tenterò con lo spagnolo, il francese, il greco, l'italiano.

Ma giurerei che si tratta del latino.

Ripensando ai miei ricordi e alla lingua di Virgilio, mi sorse qualche dubbio:

- Son sicuro, è latino - decise mio zio, - anche se si tratta di un latino piuttosto imbrogliato.

"Se riuscirai a sbrogliarlo, zietto, - pensai - sarai davvero in gamba!"

- Dunque vediamo: Ci sono 132 lettere in completo disordine. Alcune parole sono composte di sole consonanti come nella prima mm.rnlls; in altre le vocali abbondano come nella quinta, uteief e nella  penultima oseibo. Una tale disposizione non può essere attribuita al caso, ma è legata a qualche motivo ignoto. Una ipotesi è che la frase primitiva sia stata scritta nel modo normale e poi capovolta secondo una legge che occorre scoprire.  Mio caro Axel, bisogna trovare la chiave.

     Non risposi. Mi limitai a guardare il grazioso ritratto di  Grauben , la pupilla di mio zio, di cui, a sua insaputa, ero segretamente innamorato.

- Ecco - riprese - la mia prima idea che mi viene in mente è che quando si vogliono  confondere le lettere di una frase è quella di scrivere le parole in verticale. Axel, scrivi una frase qualsiasi, ma, invece di disporre le lettere di seguito, mettile in colonne verticali e raggruppale a cinque o sei alla volta.

     Intuito quanto voleva che io facessi, cominciai a scrivere:

 

                                               T  t   ,    i   a   b 

                                               i   a  m  c   G  e

                                               a  n   i   c    r   n

                                               m  t  a   o   a   !

                                               o  o  p    l    u

- Scritto? Adesso disponi tutte quelle  parole su una riga orizzontale.

Ubbidii e ottenni la frase:

                        Tt,iab   iamcGe   anicrn   mtaoa!   ooplu

 

     Mio zio mi strappò il foglio di mano. Adesso il tuo messaggio ha la fisionomia di un documento cifrato con vocali e consonanti raggruppate in disordine, con maiuscole, virgole e punti esclamativi, come nella pergamena di Saknussemm. Per leggere la frase basterà prendere successivamente la prima lettera di ciascuna parola, poi la seconda, poi la terza e così via

- Cosa? - esclamò stupefatto dopo aver letto la frase:  "Ti amo tanto, mia piccola Grauben! – Ah furfante tu dunque ami la mia pupilla? - disse con la voce di un severo tutore.

- Be', sì..., no... - balbettai.

- Ne parleremo dopo:  per ora limitiamoci ad applicare il procedimento al documento in questione.

     Per fortuna la curiosità prevalse sul contenuto della mia frase imprudente con la quale avevo

svelato il mio amore per sua nipote. Riprese in mano la pergamena, tossicchiò e poi, pronunciando con voce grave, cominciò a dettare:

 

                        mmessunkaSenrAicefdoK,segnittamurtn

                        ecertserrette,rotaivsadua,ednecsedsadne

                        lacertniiiluJsiratracSarbmutabiledmek

                        meretarcsilucoYsleffenSnI

 

            Dopo aver terminato di scrivere, rimasi incuriosito . Quelle lettere non mi suggerivano nulla, ma attendevo che il professore riuscisse a trarne una significativa frase latina.

     Invece, il professore batté violentemente il pugno sul tavolo facendo schizzare l'inchiostro dal

calamaio, e facendomi volar via la penna dalle mani.

- No!  - urlò. - Questo non significa proprio niente!

     Attraversò velocemente lo studio, scese le scale, si precipitò nella Königstrasse e scomparve più rapido di una saetta.

............................

      Che sarebbe accaduto al suo rientro? Avrebbe risolto l’enigma o avrebbe ammesso la sua

sconfitta? In sua assenza continuai a rigirare il foglio tra le dita, chiedendomi che cosa significassero quelle parole.

     Tentai di raggrupparle in modo da formare vocaboli comprensibili, ma anche riunendole a gruppi non ottenni  nulla. Sì, c’era la quindicesima, la sedicesima e la diciassettesima lettera che formavano la parola ice [in inglese: ghiaccio]; l’ottantacinquesima, l’ottantaseiesima e l’ottantasettesima

formavano il vocabolo sir  [in inglese: signore]. Notai pure nel corpo del documento alcune parole latine come rota, mutabile, ira, nec, atra.   

     “Che abbia ragione lo zio nel formulare l’ipotesi di un testo latino?” pensai. Lessi ancora alla

quarta riga la parola latina luco, che significa ‘bosco sacro’. Notai, però, nella terza riga la parola

tabiled  di sapore ebraico e nell’ultima  mer, arc, mére che sono puramente francesi.

     C’era di che impazzire: quattro idiomi in quattro righe! Che nesso poteva esistere tra le parole

“ghiaccio, signore, collera, crudele, bosco sacro, madre, arco e mare”? Solamente la prima parola e l’ultima “ghiaccio e mare” potevano essere messe in relazione e far pensare all’Islanda dove

sembrava essere stato scritto il messaggio. Ma di qui a capire tutto  il resto era un’altra faccenda.

     Mi trovavo di fronte ad una difficoltà insolubile. Avevo il cervello in ebollizione e gli occhi rossi a forza di osservare quelle centotrentadue lettere, che mi volteggiavano attorno come le lacrime argentate che ci scivolano attorno quando il sangue va con violenza alla testa.

     Ero in preda ad una specie di allucinazione e mi sentivo soffocare, tanto che cominciai a farmi

vento col foglio su cui era scritto il messaggio. Così facendo, il verso e il recto della pergamena si presentarono successivamente ai miei occhi. E con stupore, durante una di queste rapide conversioni, nel momento in cui il verso del foglio si girava verso di me, mi sembrò di notare delle parole perfettamente leggibili, parole latine come craterem e terrestre.

     Fu un colpo di luce; bastarono quei pochi indizi per farmi intravedere la verità. Avevo scoperto la chiave dell’enigma. Le ingegnose ipotesi di mio zio avevano colto nel segno. Aveva visto giusto per quanto riguardava la posizione delle lettere e aveva ragione pure sul linguaggio del documento.

Bastava un nulla per capire quella frase latina: occorreva solamente leggere il  documento partendo dall'ultima lettera e andare a ritroso.

     Scoccarono le due quando tornò. La situazione, oltre che intollerabile, stava diventando ridicola.

Cominciavo a pensare che forse esageravo sull'importanza del documento, che mio zio non vi avrebbe prestato fede, che lo avrebbe giudicato un volgare imbroglio. E poi, se proprio avesse voluto tentare l'impresa, lo avremmo dissuaso.

- Zio Lidenbrock, allora quella chiave l’hai trovata?

- Quale chiave?

- La chiave del  documento.

Il professore mi guardò attentamente e dovette cogliere nel mio sguardo qualcosa di insolito perché mi afferrò per un braccio. Io feci un gesto affermativo e di colpo i suoi occhi mandarono faville mentre la stretta si faceva più vigorosa.

-  Che cosa stai dicendo?

- Ecco, - mormorai, tendendogli il foglio, - leggi.

- L’ho già fatto e non significa nulla! - rispose, spiegazzando nervosamente il pezzo di carta.

- Hai ragione, se si incomincia a leggere dal principio; ma se, invece, si comincia dalla fine...

Non avevo ancora terminato la frase che il professore lanciò un vero e proprio ruggito.

- Ah, dannato Saknussemm! Avevi scritto la frase a rovescio. - E, quasi con le lacrime agli occhi, cominciò a leggere il documento, risalendo dall'ultima lettera alla prima.

 

                        In Sneffels Yoculis craterem kem delibat

                        umbra Scartaris Julii intra calendas descende,

                        audas viator,  et terrestre centrum attinges.

                        Kod feci- Arne Saknussemm.

 

Il messaggio era scritto in pessimo latino, ma il suo significato era chiaro

 

 

                        Scendi nel cratere dello Yocul di Sneffels

                        che l'ombra dello Scartaris viene a sfiorare

                        prima delle calende di luglio                                      

                        o viaggiatore audace, e tu toccherai il centro della terra.

                        La qual cosa io feci. Arne Saknussemm.

 

Mio zio sobbalzò e cominciò a camminare avanti e indietro. Toccava  libri, spostava ogni cosa, sferrava pugni qui e pacche là. Quando esaurì le sue energie si lasciò ricadere su una seggiola.

- Che ore sono? - chiese.

- Le tre - risposi.

- Adesso andremo a tavola.

- Poi?

- Farai la mia valigia.

- Cosa? - gemetti.

- E poi farai la tua. - concluse implacabile, dirigendosi verso la sala da pranzo.

 

 

            E' questo il preludio alla straordinaria avventura che porterà il professor Lidenbrock, suo nipote Axel e l'islandese Hans sino al centro della Terra, penetrando attraverso il cratere del vulcano spento Sniffels, situato nella remota e glaciale Islanda.  Avventure incredibili attraverso  il sottosuolo, incontri con fiumi sotterranei, con animali preistorici, con un mare agitato da tempeste magnetiche, squarciato a tratti dalla luce iperborea e da misteriosi fenomeni elettrici. I tre viaggiatori riusciranno a ritornare in superficie grazie ad una eruzione vulcanica che li proietterà in mare dalla bocca dello Stromboli.

 

 

 

 

 ARTHUR CONAN DOYLE

  

            Sir Arthur Conan Doyle  (Edimburgo 1859 - Crowborough, Sussex 1930), di famiglia cattolica irlandese, esercitò la professione di medico fino al 1890. Il suo primo romanzo poliziesco, Uno studio in rosso (1887) fu accolto dalla critica con tanto favore da indurlo a dedicarsi completamente alla letteratura. Tuttavia come medico prese parte alla campagna del Sudan (1898) alla guerra contro i Boeri (1899-1902) e fu corrispondente durante la seconda guerra mondiale.

         Scrisse lavori teatrali e storici e anche fantastici come Un mondo perduto (1812). Creò un personaggio che divenne la più celebre figura di investigatore di tutti i tempi: Sherlock Holmes. Questi, assieme al medico Watson, altra indovinata figura del romanzo poliziesco, apparve nel primo romanzo e in successivi come Il segno dei quattro, Il mastino dei Baskerville e Le avventure di Sherlock Holmes, una serie di romanzi che raccolgono tutte le imprese dell'investigatore.

            Per dimostrare la notorietà e l'amore del pubblico, quando lo scrittore si stancò di  descrivere i casi del suo detective e lo fece morire nel volume  Le ultime avventure di Sherlock Holmes (1896),  fu costretto a riportarlo in vita a seguito delle proteste dei suoi numerosi lettori e scrisse altri volumi.

            La figura di Holmes è inconfondibile: corpo atletico, caratterizzato dalla magrezza del volto, porta sempre un berretto con alette copriorecchi;  fuma la pipa,  suona il violino; alterna indolenza a dinamicità; talvolta si droga. La sua passione è quella di stupire il prossimo con

osservazioni inattese basate sull'osservazione  minuta dei particolari dai quali trae le sue deduzioni, La frase "Elementare, Watson!" rivolta al suo amico medico alla fine di ogni spiegazione, è diventata un modo di dire usato da molti.  La sua popolarità non è venuta mai meno.

 

 

I PUPAZZI BALLERINI

 

- Che ne pensa, signor Holmes ? - chiese. - Mi hanno detto che i problemi curiosi la appassionano e ritengo  non potrà trovarne un altro più curioso di questo. Lei ha già ricevuto un foglio; gliel'ho mandato affinché avesse il tempo di studiarlo.

- Non nego che si tratti di una cosa veramente strana. - disse Holmes. - Ad una prima occhiata sembrerebbe un disegno infantile: in fondo si tratta di  una serie di ridicole figurine in atteggiamentodi danza. Perché lei attribuisce tanta importanza a dei disegni grotteschi?

- Personalmente non avrei mai pensato a nulla di grave se non fosse stato per l'atteggiamento di mia moglie. La prima volta che vide i pupazzi si spaventò in maniera incredibile. L'ho interrogata, ma non mi ha detto nulla. Però nei suoi occhi leggevo il terrore. Ecco perché voglio andare in fondo alla faccenda.

     Holmes guardò il foglio alla luce del sole. Si trattava di una pagina strappata da un taccuino. I disegni erano tracciati a matita e si susseguivano in questo senso:

 

                   

 

                                           

     Il detective  esaminò a lungo la pagina e, dopo averla accuratamente ripiegata, la ripose in una busta di pelle.

                                   ************************          

            (Passano alcuni giorni)

 

- Le ho portato dei nuovi pupazzetti da esaminare - disse il signor Cubitt - e stavolta posso dirle di aver anche visto chi li disegna.

- Come! Ha visto l'uomo che li ha disegnati?

- Sì, l'ho veduto; ma mi lasci raccontare ogni cosa con ordine.  Quando ritornai a casa dopo la mia prima visita a lei, la prima cosa strana che capitò fu quella di trovare, il mattino dopo, una nuova serie di disegni. Erano stati tracciati col gesso sulla porta di legno scuro della rimessa degli attrezzi. La rimessa si trova proprio di fronte alle finestre della facciata della villa. Ne feci una copia esatta ed eccola qui. - Spiegò il foglio e lo posò sul tavolo.

 

                  

                                  

- Magnifico! - esclamò Holmes dopo averlo esaminato. - Veramente magnifico! Continui, la prego. Ricomparve un'altra scritta. Ricopiai anche quella: Eccola:

 

 

Holmes si fregò le mani e ridacchiò soddisfatto.

 

- Fatta la copia, cancellai i disegni affinché mia moglie non li vedesse, ma due mattine appresso ricomparve un'altra scritta. Ricopiai anche quella: Eccola:

- Sì: è molto breve: eccolo.

 

 

- Mi dica  chiese Holmes con una certa emozione nella voce - questa serie di disegni era semplicemente aggiunta alla prima iscrizione oppure sembrava essere separata?

- Era tracciata sull'altro battente della porta.

- Ottimamente: questo è il punto più importante di tutta la faccenda. Comincio a nutrire speranze, signor Cubitt.

                                                                                                                                                                    

****************************

 

Due giorni dopo la visita del signor Cubitt, ricevemmo un'altra lettera. Non era accaduto nulla di notevole. Era solo apparsa una nuova, lunga iscrizione sul piedistallo della meridiana. Il signor Cubitt ce ne inviava una copia che riproduco.

 

 

                    

Holmes si fregò le mani e ridacchiò soddisfatto.

- Il materiale si sta accumulando rapidamente - disse.

- Tre giorni dopo un messaggio fu posto sulla meridiana del giardino. I caratteri, come vede sono gli stessi dell'ultima iscrizione. Decisi allora di mettermi alla posta  con un revolver a portata di mano nel mio studio che dà sul prato e sul giardino. Verso le due del mattino mi raggiunse mia moglie in veste da camera e mi implorò di di andar a letto. Mi disse che si trattava di uno scherzo sciocco. Le risposi con franchezza che volevo smascherare il mascalzone che lo faceva. Elsie, mia moglie, insistette perché andassi a dormire. E fu in quel mentre che vidi il suo volto sbiancarsi. Le sua mani mi artigliavano le spalle. Mi voltai verso il giardino e vidi un'ombra che strisciava furtivamente e si andava ad acquattare davanti all'uscio. Impugnai la pistola e feci per uscire, ma Elsie si avvinghiò a me disperatamente. Quando riuscii a liberarsi, chiese:

- Mi dica  chiese Holmes con una certa emozione nella voce - questa serie di disegni era semplicemente aggiunta alla prima iscrizione oppure sembrava essere separata?

- Era tracciata sull'altro battente della porta.

- Ottimamente: questo è il punto più importante di tutta la faccenda. Comincio a nutrire speranze, signor Cubitt.

****************************

 

Due giorni dopo la visita del signor Cubitt, ricevemmo un'altra lettera. Non era accaduto nulla di notevole. Era solo apparsa una nuova, lunga iscrizione sul piedistallo della meridiana. Il signor Cubitt ce ne inviava una copia che riproduco.

 

 

Holmes esaminò  per  alcuni minuti  il grottesco disegno e poi, balzato in piedi, con una espressione di sgomento sul volto, disse:

- Watson, abbiamo lasciato che questa storia andasse troppo lontano. C'è un treno per raggiungere stasera il signor Cubitt?

Holmes esaminò per  alcuni minuti  il grottesco disegno e poi, balzato in piedi, con una espressione di sgomento sul volto, disse:

- Watson, abbiamo lasciato che questa storia andasse troppo lontano. C'è un treno per raggiungere stasera il signor Cubitt?

 

 

     (Ma ormai la tragedia era già avvenuta. Il signor Cubitt era stato ucciso e la moglie mortalmente ferita. Holmes comincia la sua indagine per scoprire il colpevole. E trova la soluzione nei disegni dei pupazzetti danzanti, riuscendo a trovare il significato).

 

- Credo di  potervi far trascorrere un'ora in modo utile ed interessante - disse Holmes, spiegando davanti a sé vari fogli di carta su cui erano riportate le varie serie dei disegni con i pupazzetti ballerini. - Caro Watson, le devo delle scuse per averla tenuta a lungo insoddisfatto con la sua curiosità. In quanto a lei, ispettore Martin,  la cosa potrà interessarla da un punto di vista professionale.  Ho davanti a me questi strani disegni i quali potrebbero far sorridere se non contenessero avvertimenti premonitori della tragedia avvenuta in casa Cubitt. Io sono abbastanza addentro ad ogni forma di scrittura crittografica, ma confesso che questa mi giunse nuova. Lo scopo di chi inventò il sistema fu quello di mascherare  il significato dei caratteri, suggerendo l'idea che si trattasse di disegnini fatti da ragazzi per puro divertimento.  Ma quando capii che ogni pupazzetto rappresentava il simbolo di una lettera, e dopo aver applicato le regole che permettono la decifrazione di molte scritture crittografiche, la soluzione diventò agevole e facile.

- Il primo messaggio era troppo corto per poter stabilire dei punti fissi ad eccezione del fatto che il simbolo poteva rappresentare la lettera E. Come sapete la lettera  E   è la più comune dell'alfabeto inglese perché predomina su tutte le altre. In una frase, anche breve,  è quasi impossibile non incontrarla più volte. Su quindici simboli presenti nel primo messaggio, quattro erano identici o quasi, per cui era ragionevole supporre che si trattasse di una  E.   Ho detto quasi identici perché in alcuni casi il pupazzo reggeva in mano una bandierina e in altri casi no. Ma, dal modo in cui erano poste le bandierine negli altri disegni, ritenni che dovevano essere usate per spezzare la frase in parole e indicare la fine di ogni parola.  Accettai quindi per buona questa ipotesi.

- Ma ora iniziavano le difficoltà perché l'ordine successivo delle lettere dell'alfabeto inglese dopo la  E non è per nulla definito e qualsiasi preponderanza  che possa verificarsi in medi su una intera pagina, può essere rovesciata in una sola frase. Con molta approssimazione si potrebbe ipotizzare che l'ordine con cui le lettere  sono presenti in un testo è:  T, A, O, I, N, S, H, R, D, L .  Sennonché le prime quattro si presentano quasi con le stessa percentuale per cui è difficile stabilire qualcosa, a meno che non si cerchi il significato attraverso combinazioni successive. Ecco perché mi occorreva sempre nuovo materiale. Nel mio secondo colloquio con il signor Cubitt  egli mi fornì altre due brevi frasi e un messaggio che mi parve essere composto da una sola parola, giacché non c'erano bandierine.

- I simboli del messaggio erano in realtà cinque, ma due, corrispondenti alla lettera  E , e posti in seconda e in quarta posizione, li avevo già individuati . Si trattava di trovare gli altri  Se consideriamo la sequenza e cioè:

 PRIMO SIMBOLO + lettera E + TERZO SIMBOLO + lettera E + ULTIMO      SIMBOLO

si può ipotizzare la seguente parola "SEVER" (distinguere), oppure "LEVER" (leva), oppure

"NEVER" (mai). Siccome si tratta di un messaggio che contiene o un avvertimento o una richiesta o un appello,  presumo che, date le circostanze, si trattasse di una risposta scritta dalla signora Cubitt.

Quindi le prime due parole erano assai improbabili; mentre NEVER (mai) aveva un senso.  Ma anche così non riuscivo a risolvere nulla perché i simboli noti erano troppo pochi. Fu allora che mi venne una idea la quale mi fece scoprire altre lettere. Pensai che se questi messaggi provenivano, come in  effetti è risultato, da qualcuno che aveva conosciuto in passato la signora Cubitt, era probabile che essi contenessero anche il nome della signora e cioè ELSIE. Dovevo trovare una parola che iniziasse col simbolo della  E all'inizio e della E finale con bandierina e, in mezzo ad esse tre simboli diversi.

L'esame del crittogramma mi rivelò che tale combinazione rappresentava la fine di un messaggio e si trovava all'inizio dell'ultimo. Doveva, dunque, trattarsi di una comunicazione a  ELSIE.  In questo modo ottenni le lettere  L, S, I .  Ma quale invocazione poteva essere? La parola che  precedeva "Elsie" conteneva soltanto quattro lettere e terminava con  E.  Ritenni che  poteva essere la parola  COME (vieni). Provai con tutte le lettere già trovate, ma nessuna dava una parola sensata. Venivo così ad essere in possesso di  C, O, M, e potevo a questo punto cercare di individuare il primo messaggio, dividendolo in parole (in base ai pupazzetti con bandierina) e mettendo dei puntini al posto di ciascun simbolo che ancora non avevo interpretato. Ecco che cosa ne ricavai - disse Holmes mostrando un foglio.

 

                        .  M        .  ERE         .    .    E             SL  .  NE  .

 

- Ora la prima lettera davanti alla  M non poteva essere che una  A. La scoperta mi fu utile giacché essa ricorre non meno di tre volte in questa breve frase e la  H appare pure evidente nella seconda parola. Abbiamo, quindi la frase 

 

            AM    HERE       A . E       SLANE .     (Sono  qui    A.E    Slane.)

 

Possedevo adesso tante lettere per poter decifrare anche il secondo messaggio, che mi si presentò così:

            A  .        ELRI  .  ES  

Riuscii ad ottenere un senso solo mettendo al posto dei puntini una  T  e una  G, supponendo che il nome fosse quello di una località, di una casa, di una locanda dove lo scrivente si trovava.: At  Elriges (Presso Elriges).

            L'ispettore Martin ed io eravamo stati in religioso silenzio ad ascoltare il lucido e logico resoconto del modo in cui il mio amico Holmes era riuscito  a ottenere i risultati che ci avevano permesso di superare tutte le difficoltà.

- E che cosa ha fatto? - chiese l'ispettore.

- Avevo ogni giustificato motivo per supporre  che tra la A e la E del primo messaggio ci fosse una  B - ABE un diminutivo americano e che dopo  SLANE ci fosse una Y - Slaney e poiché una  lettera proveniente dall'America aveva generato tutto questo pasticcio, ritenni che fosse legata a qualche evento criminale accaduto in quel paese. Le allusioni della signora Cubitt fatte al marito, il suo misterioso passato, il suo rifiuto di confidarsi con lui, giustificavano la mia ipotesi. Telegrafai ad e lavora presso la polizia di New York e gli chiesi se conosceva un certo Abe Slaney. Mi rispose: "E' il più pericoloso criminale di Chicago". La stessa sera in cui ricevetti la risposta dal mio amico, il signor Cubitt mi mandò l'ultimo messaggio di Slaney, che decifrai alla luce delle lettere a me già note e questo era il contenuto:

 

            ELSIE       .  RE   .  ARE     TO      MEET      THY        GO  .

 

 L'aggiunta di due   P  e  di una  D   mi completarono il messaggio e mi appresero che quel farabutto sarebbe passato dalle richieste ai fatti. Il messaggio era chiaro:

           

            ELSIE PREPARE TO MEET THY GOD   (Elsie preparati a incontrare il tuo Dio)

 

           (L'intervento precipitoso di Holmes  non servì a scongiurare la tragedia. La signora Cubitt fu gravemente ferita e il marito venne ucciso. Ma servì ad arrestare l'assassino. Holmes si servì, infatti, dello stesso strano alfabeto usato dall'assassino per attirarlo in una trappola.

  

 

 

                                               MAURICE LEBLANC

 

       Maurice Leblanc, scrittore francese,  (Rouen 1864 - Perpignan 1941), diede dapprima alle stampe una serie di romanzi ameni e poi, per soddisfare le richieste dell'editore della rivista "Je sais tout", si dedicò al romanzo poliziesco, pubblicando nel 1907 il primo libro di una lunga serie:  Arsène Lupin  gentleman-cambrioleur. Nacque così uno dei personaggi più popolari del romanzo feuilleton. Lupin è il maestro dei travestimenti e il genio dell'avventura spericolata e ironica. 

Alterna l'abito da sera con travestimenti popolani. E' elegante, mondano e tratta da pari a pari le celebrità nobiliari e aristocratiche. Sulle donne esercita un fascino particolare. Ruba con perizia e grazia; raramente uccide, se proprio non vi è costretto: è fantasioso, spiritoso, venato da elegante romanticismo. Piace alle donne. Lupin si beffa di tutto e di tutti, specie della polizia. Il secondo  romanzo del 1908 è Arséne Lupin contro Herlock Sholmes. Si tratta di una parodia in cui il personaggio di Sir Conan Doyle, col nome alterato in Herlock Sholmes, viene descritto come un omone rosso di capelli e tardo di intelligenza, mentre il suo amico dottor Watson, ribattezzato Wilson, è descritto come un ubriacone rissoso. Seguirono L'aguille creuse (1909), "813" (1910), in cui prende addirittura il posto di un ispettore di polizia per investigare su se stesso, Les confidences d'Arsène Lupin (1914), Les trois crimes d'Arsène Lupin (1914) e altri.

 

 

 

 HERLOCK SHOLMES ARRIVA TROPPO TARDI 

 

     Nel castello di Thibermesnil, di proprietà del ricco banchiere Georges Devanne, in attesa dell'arrivo del celebre Herlock Sholmes, investigatore ed esperto decifratore di enigmi, il padrone di casa, in compagnia di un ospite, Horace Velmont, dell'abate Gélis e di una dozzina di ufficiali i cui reggimenti stavano effettuando manovre nei dintorni, discutono sulla scomparsa di due manoscritti, aventi entrambi lo stesso titolo La cronaca del castello di Thibermesnil. Uno era di proprietà del banchiere e l'altro era custodito presso la Biblioteca Nazionale di Parigi. Entrambe le cronache riportavano la pianta delle costruzioni, le mappe delle fortificazioni, della mura, dei sotterranei e dei passaggi segreti. Il padrone di casa assicura di aver fatto ricerche e di aver individuato tutti i passaggi segreti, tranne uno di cui non si conosce né l'entrata, né il percorso e tanto meno l'uscita. Sembra che  in passato servisse per vari usi, non ultimo quello di introdurre persone di nascosto. Compito di Herlock Sholmes sarà quello di individuarlo.

- Oggi il segreto si è perduto e nessuno più  lo conosce. Racconta la leggenda che i proprietari  se lo trasmisero sul letto di morte di padre in figlio, fino al giorno in cui l'ultimo della stirpe, Geoffroy, morì sul patibolo, con la testa mozzata dalla ghigliottina, il 7 termidoro anno II, all’età di diciannove anni.

- E durante questo tempo non sono state effettuate ricerche?

-Certamente sì, ma invano. Quando comprai il castello dal pronipote del membro della Convenzione Leribourg, feci fare degli scavi senza alcun risultato. Pensate che questa torre in cui ci troviamo è circondata dall'acqua, ma è collegata al castello in un solo punto. Di conseguenza il sotterraneo deve passare sotto i vecchi fossati. La pianta della biblioteca Nazionale indica d'altronde una successione di quattro rampe di scale, ciascuna di 48 scalini, ciò che lascia supporre una profondità di oltre dieci metri. Ma la scala riportata sull'altra pianta, induce a pensare ad una distanza di 200 metri. Il problema, quindi, è tutto racchiuso fra questo soffitto, questo pavimento e questi muri. Ma vi  confesso che esito a demolirli.

- Ma non esiste alcun indizio?

- Nessuno.

L'abate Gélis obiettò:

- Signor Devanne, dobbiamo pur sempre tener conto delle due citazioni.

- Oh! - esclamò Devanne ridendo - il signor curato è un topo d'archivi, un grande lettore di memorie e tutto quello che riguarda Thibermesnil lo interessa molto. Ma la spiegazione che egli tenta di sostenere serve solo ad imbrogliare le cose.

- Perché?

- Ci tiene proprio a saperlo?

- Enormemente.

- Bene. Sappiate dunque, signori, che dalle letture dell'abate risulta che a due re di Francia era nota la soluzione dell'enigma.

- Due re di Francia!

- Enrico IV e Luigi XVI.

- Non sono certo i primi venuti. Ma come mai l'abate è al corrente di queste cose?

- Oh!, è semplicissimo - continuò Devanne. - L'antivigilia della battaglia di Arques, il re Enrico IV cenò e dormì in questo castello. Alle undici di sera, Louise de Tancarville, la dama più bella di Normandia, lo raggiunse di nascosto attraversando il sotterraneo, con la complicità del duca Edgard che, in quell'occasione, rivelò il segreto di famiglia. Questo segreto, Enrico IV lo confidò in seguito al suo ministro Sully. Questi raccontò l'aneddoto nelle Memorie delle regali economie dello Stato senz'altro commento che questa frase incomprensibile:

            "La hache tournoie dans l'air qui frémit, mais l'aile s'ouvre, et l'on va jusqu'à Dieu"

     Dopo un lungo silenzio, Velmont disse:

 - Non è certo di una chiarezza accecante.

- Vero? Il curato sostiene che Sully abbia nascosto in questa frase la soluzione dell'enigma, senza svelare il segreto agli amanuensi ai quali dettava le sue memorie. L'ipotesi è ingegnosa.

- Sono d'accordo, ma che cosa significa "La hache tournoie" (la scure volteggia); "l'air qui frémit" (l'aria che freme): "l'aile s'ouvre" (l'ala si spiega al volo)?

- E chi è che "va jusqu'a Dieu" (sale sino a Dio)?

- Mistero.

     Velmont riprese:

- E il buon Luigi XVI, utilizzò pure lui il sotterraneo per ricevere la visita di qualche dama?

- Lo ignoro. Posso solamente affermare che Luigi XVI soggiornò a Thibermesnil nel 1784, e che il famoso armadio di ferro trovato al Louvre su denuncia  di Gamain, conteneva una carta con queste parole scritte di suo pugno: "Thibermesnil: 2-6-12".

     Horace Velmont scoppiò improvvisamente a ridere:

- Vittoria! Le tenebre si diradano sempre più. Due per sei fanno dodici.

- Ridete pure, signore - fece l'abate - ma questo non impedisce che le due citazioni contengano la soluzione, e che un giorno o l'altro qualcuno riuscirà ad interpretarle.

 

 

     La notte precedente l'arrivo di Herlock Sholmes avviene nel castello un furto ad opera di Arsène Lupin che, nel frattempo, aveva risolto il rebus contenuto nella frase e quello racchiuso nei numeri 2-6-12 . L’astuto ladro riesce a trafugare  tutti i mobili d'antiquariato presenti nel salone della torre del castello e tutti gli oggetti preziosi, facendoli passare attraverso il passaggio segreto. Ma l'incontro del ladro gentiluomo, con Miss Nelly, una giovane donna ospite del castello, della quale Lupin si era invaghito durante un precedente viaggio in transatlantico, lo induce a restituire il maltolto e a sparire.

 

      Il giudice istruttore e il procuratore erano partiti e gli altri aspettavano Herlock Sholmes con una curiosità giustificata dalla sua grande reputazione.

- Finalmente, maestro, - disse il padrone di casa vedendolo, - che fortuna averla qui con noi!  Era tanto che speravo... e oserei dire di essere quasi felice di tutto quanto è successo, dato che a questo debbo il piacere di vederla. Ma, a proposito, come è arrivato?

- Col treno.

- Che peccato! Le avevo inviato la mia automobile all'imbarcadero.

- Un arrivo ufficiale con i tamburi e la banda! Un sistema eccellente per facilitarmi il lavoro -

borbottò l'inglese.

      Questo tono poco cordiale sconcertò Devanne. Si sforzò, comunque, di essere gradevole  e  riprese: - Il lavoro, fortunatamente, è più facile di quanto le avessi scritto.

- E perché?

- Perché il furto ha avuto luogo questa notte.

- Se lei non avesse annunciato la mia visita, signore, è probabilmente il furto non sarebbe avvenuto, almeno non questa notte.

- E quando, allora?

- Domani, o un altro giorno

- E in questo caso?

- Lupin sarebbe stato preso in trappola.

- E i miei mobili?

- Non sarebbero stati rubati.

- Ma i miei mobili sono qui.

- Qui?

- Sono stati riportati alle tre.

- Da Lupin?

- Da due furgoni militari

     Herlock Sholmes si calzò con forza il cappello in testa e sistemò la borsa a tracolla. Devanne protestò:

 - Cosa fa?

- Me ne vado.

- E perché?

- I suoi mobili sono a posto. Arsène Lupin è lontano. Il mio lavoro è terminato.

- Ma ho assolutamente bisogno della sua collaborazione, caro signore. Se Lupin è riuscito a rubare una volta, può sempre ritentare domani. Io desidero sapere il fatto più importante: come ha fatto Lupin ad entrare e poi a uscire.

L'idea di un segreto da scoprire addolcì Herlock Sholmes.

- E sta bene, cerchiamo. Ma presto, d'accordo? E per quanto possibile, soli.

La frase si riferiva chiaramente ai presenti. Devanne capì e fece accomodare l'inglese nel salone.

Con tono secco e con frasi che parevano preparate in anticipo, Sholmes gli pose molte domande sulla sera precedente, sugli invitati presenti, sugli habitués del castello. Poi esaminò i due volumi della Cronaca, restituiti con gli altri oggetti, paragonò le piante del sotterraneo, si fece ripetere le citazioni scoperte dall'abate Gélis, e domandò:

- Qual è l’ultima volta che avete parlato di queste due citazioni?

- Ieri.

-Ne aveva mai parlato prima al signor Horace Velmont?

- Mai.

- Bene, faccia venire la sua automobile. Riparto tra un'ora.

- Tra un'ora!

- Arséne Lupin non ci ha messo di più a risolvere la questione che lei gli ha posto.

- Io!... io avrei posto la questione ad Arséne Lupin?

- Eh, sì! Arséne Lupin  e Horace Velmont sono la stessa persona.

- Ecco perché mi era sorto un dubbio!

- Ieri sera, alle dieci, lei ha fornito a Lupin gli elementi mancanti che cercava da più settimane. E, nel corso della notte, Lupin ha trovato il tempo di capire l’enigma, di risolverlo, di riunire la sua banda e di attuare il furto. E io ho la pretesa di essere altrettanto veloce.

Riflettendo, passeggiava da un punto all'altro della stanza. Poi si sedette, incrociò le lunghe gambe e chiuse gli occhi. Devanne attese imbarazzato.

"Dorme? Riflette? ", pensò.

In ogni caso, uscì per dare ordini. Quando tornò trovò l'investigatore in fondo allo scalone della galleria, in ginocchio, ad osservare il tappeto.

- Che c'è?

- Guardi quelle macchie di cera....

- Vedo, mi sembrano ancora fresche...

- E ce ne sono anche sulla parete alta dello scalone, e poi ancora attorno a questa vetrina che Arséne Lupin ha rotto e dalla quale ha tolto i gioielli per deporli su questa poltrona.

- Ne conclude?

- Nulla.  Tutti questi fatti spiegherebbero la restituzione del maltolto. Ma è un lato della questione che non ho tempo di affrontare. L'essenziale è il tracciato del sotterraneo.

- Sperate sempre...

- Non spero, so. Esiste una cappella a due o trecento metri dal castello?

- Sì. Una cappella in rovina, dove si trova la tomba del duca Rollon... Pensa forse che il sotterraneo termini nella cappella? In base a quale indizio...

- Le sarei grato se mi procurasse una scala e una lanterna.

- Ah! Ha bisogno di una scala e di una lanterna?

- Evidentemente, dato che gliele ho chieste.

Devanne, un po' perplesso, suonò il campanello, chiedendo ad un servitore i due oggetti.

Gli ordini si succedettero allora con il rigore e la precisione di comandi militari.

Tra la porta e la finestra dell'ampio locale si ergeva una monumentale biblioteca di stile rinascimentale sul cui frontone si poteva leggere, in grandi lettere dorate in rilievo il nome del castello: "THIBERMESNIL".

- Appoggi la scala alla biblioteca, a sinistra della parola "Thibermesnil" - ordinò Sholmes.

Devanne sistemò la scala e l'inglese continuò:

- Più a sinistra... a destra... alt! Adesso salga... Bene... Controlli se tutte le lettere della parola sono in rilievo. Lo sono?

- Sì.

- Occupiamoci della lettera H. Giri, da una parte o dall'altra?

Devanne afferrò la lettera H ed esclamò - Ma sì, gira! verso destra e di un quarto di cerchio!

Come faceva a saperlo?

Senza rispondere Herlock Sholmes riprese:

- Riesce, da dove si trova, a raggiungere la lettera R? Sì? Allora la muova più volte come fa un uccello quando scuote le ali.

Devanne eseguì e, con stupore, udì uno sganciamento dall'interno.

- Perfetto - disse Herlock Sholmes. - Non ci resta che far scorrere la scala all'altra estremità della scritta, e cioè alla fine della parola "Thibermesnil"... Bene... Se non mi inganno e se le cose si compiono come dovrebbero, la lettera L si aprirà come uno sportello.

Con una certa solennità Devanne prese la lettera L e la mosse dall’alto in basso.  La lettera si aprì e Devanne ruzzolò dalla scala. Tutta la parte della biblioteca situata tra la prima e l'ultima lettera della parola, aveva ruotato su se stessa, scoprendo il vano d'ingresso al sotterraneo.

- Si è ferito?

- No, ferito no, ma sbalordito sì... lo ammetto... queste lettere che si muovono... questo sotterraneo spalancato...

- Non capisce? E’ esattamente conforme alla citazione di Sully "La hache tournoi dans l'air qui frémit, mais l'aile s'ouvre et l'on va jusq'à Dieu"

- Come sarebbe a dire?

- Diamine! La H gira; la  R scuote le ali; la  L  si apre  ed è ciò che ha permesso a Enrico IV di riceverea la signorina di Tancarville in gran segreto.

 

(Nota del curatore:  Per comprendere l'enigma, occorre tener presente che in francese alcune parole, quando sono scritte, hanno un significato, ma quando vengono pronunciate, possono assumere un significato diverso, avere, cioè,  un doppio senso. Ad esempio la preposizione sans (senza) si pronuncia 'san' ma allo stesso modo si pronuncia anche il numero cent (cento). Per cui le parole del messaggio 'hache', 'air' , 'aile'  hanno la stessa pronuncia delle lettere H, R, L.  Quindi, il messaggio scritto significa "La scure gira nell'aria che freme ma l'ala si apre per raggiungere Dio"; mentre il messaggio pronunciato può anche avere il significato di: "La H gira nella R che si scuote , ma la L si apre per raggiungere Dio".

 

- E i numeri che furono trovati nell'armadio di ferro di Luigi XVI? - volle ancora sapere Devanne. - Luigi XVI era un abile fabbro e se intendeva molto di serrature. Ho letto un Trattato delle serrature in combinazione a lui attribuito. Per il signore di Thibermesnil, mostrare al suo re questo capolavoro di meccanica, era un omaggio da buon cortigiano. Per memoria il re scrisse: 2-6-12 e cioè H-R-L, la seconda, la sesta e la dodicesima lettera del nome.

- Ah! Perfetto, comincio a capire... Solamente, ecco... Se mi spiego come si esce da questa sala, non mi spiego come Lupin abbia potuto entrarci. Non dimentichiamoci che lui veniva dal di fuori.

Herlock Sholmes accese la lanterna e avanzò qualche passo nel sotterraneo.

- Vede, tutto il meccanismo è qui. Le molle di un orologio e tutte le lettere che si trovano di fuori, ovviamente rovesciate. Lupin non ha fatto altro che muoverle da questo lato del passaggio segreto.

- Cosa lo prova?

- Cosa lo prova! Vede questa macchia d'olio? Lupin aveva persino previsto che gli ingranaggi

avessero bisogno di lubrificazione - osservò Herlock Sholmes non senza ammirazione.

- Ma, allora, conosceva anche l'altra uscita?

- Quella la conosco anch’io. Mi segua.

- Nel sotterraneo?

- Ha paura?

- No, ma è sicuro di trovare la strada?

- A occhi chiusi.

Discesero dapprima dodici scalini, poi altri dodici, e ancora due volte altri dodici. Poi si infilarono in un lungo corridoio le cui pareti di mattoni portavano il segno di restauri successivi.    In alcuni punti trasudavano acqua. Il suolo era umido.

-  Stiamo passando sotto lo stagno - notò Devanne per niente rassicurato.

Al termine del corridoio, c’era una scala di dodici gradini, seguita da altre tre scale di dodici gradini, che i due salirono con fatica, sbucando in una piccola cavità scavata nella roccia. Il passaggio non andava oltre.

- Diavolo! - mormorò Herlock Sholmes - ci sono solo muri nudi, la situazione è imbarazzante.

- Sarà meglio tornare indietro - mormorò Devanne - considerato che, infine, non vedo proprio la necessità di sapere altro. Quello che ho visto mi basta.

Ma l'inglese alzò la testa, guardò in alto ed emise un sospiro di sollievo: sopra le loro teste si ripeteva lo stesso meccanismo dell'entrata. Non avevano che da manovrare le tre lettere. Un blocco di granito si scostò.

Dall'altro lato c'era la pietra tombale del duca di Rollon, con le dodici lettere incise in rilievo "Thibermesnil". Avevano raggiunto la vecchia cappella in rovina indicata dall'inglese.

- "Et l'on va jusqu'à Dieu" - citò Sholmes. - E si arriva sino a Dio cioè in una cappella - aggiunse,

completando così la parte finale dell'enigma scritto dal ministro Sully.

 

 

 

 

 

ELLERY QUENN

 

Ellery Quenn è lo pseudonimo con cui i due cugini Frederick Dannay e Manfred Lee, nati entrambi nel 1905,  acquistarono popolarità in America; ed è al tempo stesso il protagonista delle loro storie. Ellery Queen, figlio del vecchio ispettore Richard, è un giovanotto atletico, dal viso intellettuale, disinvolto e scanzonato. Aiuta il padre nei casi più intricati, complicati e paradossali, specie quando vi sono degli enigmi astrusi da risolvere. Non di rado nei racconti i due autori interrompono la trama per invitare il lettore a trovare da solo la soluzione del mistero. Ellery è un personaggio, anticonformista, senza pregiudizi, indulgente e incline ad un certo sottile umorismo. Il che conferisce una particolare impronta ai numerosi libri pubblicati.

Alla coppia Dannay-Lee si deve una antologia di novelle poliziesche nata nel 1941.

 

 

                                                           E = DELITTO

 

Al termine di una conferenza tenuta da Quenn alla Bethseda University, l'investigatore viene contattato dal rettore dottor Dunwoody e dal generale Carter i quali richiedono il suo immediato aiuto.  Il fisico Herbert Agon, ospite di quell'Università, sta conducendo per conto  del presidente degli Stati Uniti, un progetto sperimentale di cui deve dare ogni sera, ad un'ora prestabilita, unrendiconto al presidente stesso. Ma quella sera nessuna telefonata è giunta al Pentagono.  I tre,  giunti davanti all'ingresso del laboratorio, sorvegliato notte e giorno, trovano la moglie del fisico in lacrime e la guardia di turno che le impedisce l'ingresso.  Herbert Agon è stato infatti trovato cadavere nel suo ufficio. Ellery viene informato che per accedere all'ufficio si deve usare solo un ascensore privato e la guardia ha il compito di annotare su un registro i nomi di tutte le persone che salgono. Un registro analogo si trova nell'ufficio del dottor Agon per un ulteriore controllo.

L'ultimo nome annotato è quello di James G.Dunwoody, il rettore.

- Dottor Dunwoody, lei conferma di aver visto questa sera il dottor Agon?

-Sì, signor Quenn. - Il rettore sudava copiosamente. - Ma non si trattava affatto di una visita di lavoro, glielo posso assicurare. Ho conferito con lui per pochi minuti. E quando l'ho lasciato era ancora vivo...

- Guardia! - esclamò il generale. La guardia andò immediatamente a bloccare la porta dell'edificio portando una mano sulla fondina. - Lei, Ellery, salga nell'ufficio di Agon e veda se riesce a trovare qualche indizio... non si preoccupi, ho chiuso a chiave la porta del laboratorio. Da adesso nessuno può entrare né uscire. - Il generale lanciò un'occhiata corrucciata al rettore della Bethseda Universitye alla vedova della vittima e si allontanò, dicendo:  - Torno subito.

                                                          

                                                           +++

Il generale Carter, raggiunto il piano dell’ufficio del fisico assassinato, uscì dall'ascensore e raggiunse Ellery.

- Allora, ha trovato qualcosa,  Ellery?

Ellery, curvo sulla scrivania del fisico, si raddrizzò. Il corpo inerte di Agon era piegato sulla scrivania, col busto flesso in avanti e un tagliacarte di metallo confitto nella schiena. L'ufficio era tutto sottosopra.

- Guardi qui, generale - rispose, mostrando una pallottola di carta.

- E quella dove l'ha trovata?

- Era nel pugno destro di Agon.

Ellery lisciò il foglietto. Si trattava di un foglietto quadrato da agenda e nel bel mezzo c'era scritto qualcosa a matita. Sembrava una lettera dell'alfabeto:

 

                                              

 

- La lettera E - disse il generale Carter. - Che diavolo significa?

Ellery sollevò lo sguardo.

- Mi dica, generale: si tratta di qualche simbolo collegato al progetto... un segno in codice o qualcosa del genere?

- No. Pensa forse che sia stato scritto da Agon prima di morire?

- Evidentemente la morte non è stata immediata, anche se probabilmente l’assassino era convinto del contrario. Agon deve aver fatto finta di essere morto finché il killer non se n'è andato e poi, raccogliendo le ultime forze, deve aver tracciato questo simbolo. Se non le suggerisce nulla di connesso al progetto, allora ci troviamo di fronte a un classico esempio di "messaggio in punto di morte"...  Agon ha voluto fornirci uno spunto per identificare il suo assassino.

A questa strana ipotesi il generale emise una specie di borbottio.

- Non poteva semplicemente scrivere il nome?

- Classica obiezione a cui va data la classica risposta: Agon avrà temuto che il suo assassino

ritornasse, notasse il biglietto e lo distruggesse - disse Ellery in tono piuttosto infelice. - Una risposta, però, che non mi ha mai soddisfatto - ammise, fissando il simbolo con aria assolutamente

disorientata.

             

Per il generale Carter non esistono comunque dubbi sul colpevole. I suoi sospetti si appuntano subito sul rettore dell'Università, l’ultima persona ad aver visto il fisico vivo. E per di più,  durante il suo soggiorno al campus, il generale era venuto a conoscenza del fatto che il rettore Dunwoody si era invaghito della moglie del fisico e che tra i due vi era stato un pesante diverbio.  Secondo il registro il rettore era l'ultima persona ad aver fatto visita a  Egan e, di conseguenza, solo lui poteva averlo ucciso. Questa la conclusione cui era subito giunto il generale.

 

- E - borbottò Ellery

- Come?

- E - ripeté. - Non c'entra niente col nome del rettore James J. Dunwoody... e nemmeno col nome

della moglie, Pola Agon. Che si riferisca alla E=mc² di Einstein, dove E sta per energia...? - Di colpo si interruppe. - Però, generale, ...  potrebbe anche non essere una E.

L’investigatore aveva fatto fare al foglietto un quarto di giro, in senso orario e ciò che il generale

vedeva adesso era:                 

- Ma così è una M - esclamò. - E chi è M? Nessuno dei due nomi comincia per M. - Il generale gettò una occhiata nervosa al telefono dello scienziato. - Senta, Ellery, la ringrazio, ma non posso perdere altro tempo. Devo avvertire il presidente...

- Un momento - mormorò Ellery. Aveva fatto fare al foglietto un altro quarto di giro.

- Adesso è un tre!

- Le dice niente, generale? Che lei sappia, ha forse a che fare con qualche parte del progetto?

- Non più delle altre due versioni.

- Potrebbe, allora, indicare il visitatore numero tre...? Diamo una occhiata al registro. - Ellery prese la seconda copia del registro visitatori posata sulla scrivania della vittima. - La terza persona che è stata da Agon questa settimana è...

- Chi? - chiese il generale con voce alterata. - La faccio arrestare subito!

- Ma la terza persona è  lei, generale - rispose Ellery. - Naturalmente,immagino che...

- Naturalmente! - esclamò il generale arrossendo. - E adesso cosa diamine sta facendo?

Ellery stava ruotando il foglietto di un altro quarto. Al che il generale, sbigottito, lesse:

- W?

- Sembra una vu doppia ma non ci credo - disse lentamente Ellery. - Che lei sappia, generale, Agon era forse di origine greca?

- Non lo so, ma se lo fosse?

- Allora forse Agon intendeva scrivere un omega. L'omega greco assomiglia molto alla vu doppia in corsivo.

- Omega... la fine. - Il generale sbuffò. - Non penso che abbia così voluto descrivere la sua fine.

Questa questa è letteratura!

- Dubito anch’io che uno scienziato in extremis possa aver voglia di fare della letteratura. Dei numeri sarebbero stati molto più adatti. Considerando il numero delle lettere che compongono l’alfabeto greco, l’omega è l’ultima e occupa il  ventiquattresimo posto. Il numero ventiquattro le suggerisce niente, generale?

Il generale Carter allargò le braccia con aria impotente. - No, perché?

- C’è da notare che il numero ventiquattro corrisponde più o meno il numero delle visite ricevute da Agon in questa settimana...  per l'esattezza, quella del dottor Dunwoody di stasera è stata proprio la ventitreesima. Potremmo, quindi, pensare che Agon abbia voluto indicare un "ventiquattresimo visitatore..." cioè  qualcuno venuto a visitarlo subito dopo D.I.G.O.S. se la nostra ipotesi è vera, l'assassino di Agon sarebbe il ventiquattresimo visitatore... ed è proprio questo che Agon ha cercato di dirci!

- Ma questo non mi suggerisce proprio niente.

- Invece ci dice perché Agon non ha scritto il nome del suo assassino o le sue iniziali e ha solamente indicato il visitatore con un numero. Agon non temeva che l'assassino potesse tornare e distruggere l'indizio... il ragionamento era troppo complicato per un uomo che stava per morire. Semplicemente Agon non conosceva il nome del suo assassino.

     Gli occhi del generale si strinsero a fessura.

- Ma questo significa  che si trattava di qualcuno che Agon conosceva soltanto di vista!

- Esattamente - confermò Ellery. - E se farà un ulteriore controllo su quel farabutto, generale,

scoprirà che a tradire gli Stati Uniti non erano né la signora Agon né Dunwoody.

- Ma a quale farabutto si riferisce? - gridò il generale.

- All'unico farabutto che poteva salire quassù senza dover scrivere il suo nome sul registro dei visitatori: la guardia notturna dall'aria tanto preoccupata che è sempre di servizio all'ingresso.

 

 

 

REX  STOUT

 

 

     Rex Todhunter (in arte Rex Stout) nacque a Noblesville, Indiana, nel 1886. Dopo aver esordito nel campo letterario con novelle e romanzi psicologici, lanciò nel libro Fer-de-Lance un personaggio che lo farà conoscere in tutto il mondo: il falstaffiano detective Nero Wolfe.  Nero Wolfe  è un ciccione monumentale, indolente, misogino, preciso  nel suddividere le ore della giornata tra il lavoro, i piaceri della cucina e la cura di migliaia di orchidee amorosamente custodite in una serra posta sotto il tetto della sua casa. La sua caratteristica è quella di non uscire di casa  (a meno che non sia strettamente indispensabile).  Wolfe risolve tutti gli enigmi e i delitti stando dietro la sua monumentale scrivania: nei romanzi rappresenta la mente. Il braccio che agisce e che si occupa del lavoro di manovalanza e ricerca di indizi è il suo segretario Archie Goodwin, un giovane simpatico, atletico, scanzonato, dalla memoria straordinaria che funziona come una macchina fotografica, vulnerabile al fascino femminile, sempre in antagonismo col suo principale, specie quando si tratta di spillar denari al cliente o di disquisire su qualche questione legata al caso trattato in quel momento. Attorno ai due ruota una giungla di personaggi disparati che rappresentano l'humus su cui indagare.

     I gialli di Rex Stout sono dei puri divertimenti arguti, estrosi, affollati di tipi caratteristici, come l'ispettore Cramer, i suoi agenti, trattati sempre con ironia, e anche qualche persona indiziata.  Lo stile e il contenuto dei suoi  romanzi rappresentano una satira di costume venata di un pizzico di intellettualismo, calato in un genere molto diffuso (il giallo) e appetibile dal pubblico. Forse per questo i suoi racconti sono conosciuti e apprezzati.

 

 

 

 

NERO WOLFE FA DUE PIU’ DUE  (The Zero Clue)

  

     Archie Godwin, non avendo voluto il suo capo accettare un caso, decide di occuparsene personalmente e si reca all'appuntamento fissato col cliente, il professor Leo Heller.  Heller lo aveva informato succintamente per telefono. Da un colloquio avuto con un cliente,  riteneva che questi fosse un assassino. Leo Heller, ex professore di matematica, aveva studiato formule matematiche da applicare alla legge delle probabilità e, avendo constatato che funzionavano all'80%, aveva ritenuto opportuno  dimettersi dall'insegnamento per aprire un ufficio di consulenza e mettersi a disposizione del pubblico. 

     Raggiunto il palazzo dove Heller ha i suoi uffici, Goodwin entra per caso nell'ufficio di Heller.

Trovandolo vuoto, decide di recarsi nella sala di attesa dove già si trovano altre persone. Poiché l'attesa si prolunga, il detective si allontana.  Quello stesso pomeriggio l'ispettore Cramer si presenta nello studio di Nero Wolf e lo informa che Heller è stato rinvenuto cadavere nel suo studio. L'ex professore era stato assassinato e rinchiuso in un armadio. Nel cassetto della scrivania era stata trovata una busta sigillata contenente cinquecento dollari, indirizzata  al "Signor Nero Wolfe". Poiché il medico legale aveva precisato che la morte era avvenuta proprio nell'ora in cui Archie Goodwin era stato nell'ufficio e poi nella sala d'attesa, l'ispettore, dopo aver rintracciato tutti coloro che si trovavano nella sala d'attesa, era venuto a chiedere un  spiegazione. Tanto più che la busta non era il solo indizio che legava Nero Wolfe all'omicidio di Heller. Ve n'era un altro assai più sconcertante.

 

 

     Cramer strizzò gli occhi, li chiuse e poi  li riaprì. Un giochetto che faceva spesso.

- Bene. Il portiere ci ha fornito la lista delle persone entrate nell'edificio in quel lasso di tempo. Le abbiamo rintracciate quasi tutte, presto troveremo anche le altre. L'infermiera Susan Mature se n'è andata prima che arrivasse Goodwin e gli altri cinque hanno lasciato l'edificio più tardi, ad intervalli, quando erano stanchi di attendere l'arrivo di Heller. Così almeno hanno detto, ma è evidente che uno di loro ha ucciso Heller. Chiunque, uscendo dall'ascensore, potrebbe essere andato nello studio, aver ucciso Heller e poi aver proseguito verso la sala d'aspetto.

     Wolfe borbottò:

- E l’assassino avrebbe messo il cadavere nell'armadio ?

- Naturalmente, per ritardare il ritrovamento. Se qualcuno l'avesse visto uscire dallo studio,  avrebbe sempre potuto rispondere che era entrato per conferire con Heller e non l'aveva trovato... Uscendo l'assassino ha lasciato la porta socchiusa, in modo da poter sostenere che l'aveva trovata così, se qualcuno l'avesse visto. Inoltre...

- Errore.

- Lo riferirò all'assassino appena mi capiterà l'occasione di trovarlo. Inoltre, non poteva lasciare l'edificio. Sapendo che Heller cominciava a ricevere i visitatori alle undici, tutti erano andati presto, in modo da non dover aspettare troppo a lungo. Quindi anche l’assassino ha dovuto attendere in sala d’aspetto. Solo una se n’è andata: l’infermiera che ha spiegato a Godwin la sua decisione di allontanarsi. Adesso tocca a lei spiegarmi  le sue  dichiarazioni e renderle credibili.

- Se non erro, lei doveva  coinvolgermi nell'omicidio?

- Giusto. Le dirò le mie supposizioni. Innanzitutto abbiamo trovato la rivoltella nell’armadio, tra il cadavere e il pavimento. Si tratta di una vecchia Gustein; sarà difficile risalire alla sua origine. Siamo però tentando. Ed ecco quello che penso: l'assassino si è recato da Heller armato, deciso ad uccidere. Ha premuto il pulsante del campanello dello studio. Heller, dopo averlo fatto entrare, è andato a sedersi dietro la sua scrivania...

- Come l'avete stabilito?

- Perché non doveva temer alcun pericolo.  Dopo aver chiacchierato un poco ha cominciato a spaventarsi e deve aver avvertito di essere in pericolo e, essendo la stanza insonorizzata, di essere in balìa dell'assassino il quale doveva aver estratto la rivoltella. Heller capì di non aver scampo. Probabilmente ha cominciato a parlare per guadagnar tempo. Doveva essere nervoso tanto da rovesciare un vasetto con delle matite con le quali  ha cominciato a giocherellare. Ma poi l'assassino ha sparato, ha messo il cadavere nell'armadio e, non pensando alle matite sparse sul tavolo, se no le avrebbe sparpagliate con una manata, si è allontanato per andare nella sala d’aspetto. Non si era accorto che con le matite Heller aveva composto un messaggio.

- Quale messaggio?

- Se mi dà otto matite , le farò vedere come erano disposte.

     Gli diedi una manciata di matite e Cramer andò a porsi a fianco di Wolfe.

- Ecco,  immagini che io mi trovi davanti alla scrivania di Heller - disse Cramer. - Metterò, quindi, le matite come aveva fatto lui, da dove si trovava seduto. - E si apprestò a disporle.

- Wolfe le studiò attentamente.

- E per lei questo è il messaggio?

- Sì, non può essere altro. C'è una probabilità su un milione che le matite, cadendo, si siano disposte in quel modo. Anche Godwin le ha viste. Erano disposte così.

- Approssimativamente. Non sapevo della presenza di un cadavere nell’ufficio per cui ho dato solo una occhiata alla scrivania. Ma siccome me lo ha chiesto, ho notato che le matite non avevano la punta diretta nella stessa direzione. E poi fra di esse c’era un gommino tolta da una di esse. Per la verità - intervenni - c'era la gommina tolta ad una di loro.

- E allora le metta  come si ricorda di averle viste.

     Feci il giro della scrivania, misi le matite come le avevo viste e, togliendo ad una di esse il gommini, lo misi in mezzo. Poi tolsi ad una matita il gommino,  e lo disposi come avevo detto

- E, secondo lei, quale sarebbe il messaggio?

- Se guardate dalla parte sinistra della scrivania, riuscirete a capirlo.

     Ci spostammo sulla sinistra e un'occhiata fu più che sufficiente: la disposizione delle matite suggeriva una N e una W.

- Perché - feci notare - c'è una matita in più sul lato sinistro della W.

- E’ stata messa di proposito per rendere il messaggio meno chiaro. Oppure è rotolata lì per caso. Come vede, Wolfe, avevo promesso di coinvolgerla nell'assassinio: e l’ho fatto.

- Non parlerà mica sul serio?

- E allora come spiega la presenza delle sue iniziali.

 

-

 

 

            La discussione fra il detective e l'ispettore Cramer continua. Wolfe vuole chiarire perché solo una della due iniziali, la N è seguita dal gommino (che potrebbe rappresentare il punto che si pone quando si scrive l'iniziale di un nome). Perché la W non ha alcun gommino e perché c'è una matita in più. Ma l'ispettore Cramer non demorde dalla sua tesi.

 

- Mi scusi un momento - disse Wolfe.

     Si alzò, e andò alla libreria dall’altra parte della stanza, prese un volume e lo aprì. Guardò le ultime pagine contenenti l’indice e poi sfogliò il libro verso la metà. Lesse due pagine. L’ispettore Cramer, nervoso, tirò fuori di tasca un sigaro, ma non l’accese. Non ne accendeva mai uno.

     Wolfe tornò alla scrivania, aprì un cassetto e vi ripose il libro. Poi chiuse il cassetto a chiave.

     Cramer cominciò di nuovo a parlare.

- D’accordo, non l’ha ammazzato lei perché non era là. Non l’ha nemmeno ammazzato Godwin, per quanto non gli sarebbe stato impossibile. Sostengo solamente che Heller ha lasciato un messaggio per metterci sulla strada giusta e questo messaggio è una NW, che sta per Nero Wolfe. Perciò lei deve sapere qualcosa e anch’io voglio saperlo. Mi dica, anche con un sì o un no: conosce qualche dettaglio che possa indicare l’assassino di Leo Heller?

- Sì.

Ah, finalmente! Che cosa sa?

- So del messaggio lasciato.

- Il messaggio dice solo NW.

- Se vuole il mio parere, devo avere altre informazioni.  Le matite sono ancora sulla scrivania di Heller?

- Non sono state toccate.

- Avrà lasciato un agente sul posto, immagino. Lo chiami e mi faccia parlare con lui.

     Cramer esitò. La cosa non gli garbava. Ma decise di stare al gioco. Chiamò il suo agente e gli disse di rispondere alle domande di Wolfe. Da parte sua rimase in ascolto sul mio apparecchio.

- Agente, sulla scrivania ci sono delle matite. Tranne una tutte hanno un gommino ad una estremità e tra i due gruppi c’è un gommino. E’ così?

- E’ così

- Preda il gommino e lo nella matita a cui manca. Controlli se la gomma è più stretta dell’anellino di metallo, tanto da poter essere scivolata via per caso.

- Non lo faccio se l’ispettore non mi dà il benestare. Mi ha detto di non toccar nulla.

- Fa come ti chiede - borbottò Cramer. - Non ti preoccupare, sono qui in ascolto.

- Va bene, signore, resti in linea.

     Una lunga attesa e poi l’agente riprese il microfono.

- No, la gomma non può essere venuta via da sola. Deve essere stata strappata e le due parti della gomma sono bianche, segno che è stata strappata di recente.

- Bene, non mi serve altro, comunque consiglierei di inviare matita e gommino in laboratorio per aver la sicurezza che i due pezzi combaciano.

- E allora? - chiese Cramer, sempre col sigaro in un angolo della bocca.

- Ha capito benissimo anche lei. La gomma è stata strappata di proposito e messa deliberatamente in quel punto perché faceva parte del messaggio. Heller voleva mettere il gommino quasi fosse un punto dopo la N, per dimostrare che era una iniziale. Non ha potuto mettere il gommino anche dopo la W perché fu ucciso.

- Questo non muta niente. Sempre N W rimane.

- Non è vero: non ha mai voluto indicare N W.

- Per me e per il procuratore non sarà mai altro

 - Cramer, non dico che lei è corto di cervello, ma che è cocciuto. Se insiste nel dire che Heller ha voluto scrivere N W, le farò fare la figura dell'asino.

- Allora lei ha capito il messaggio?

- Sì. E le fornirò anche l'assassino se avrà la compiacenza di portare nel mio studio le sei persone presenti quel mattino nella sala d'attesa di Heller.

- D’accordo. Mi lasci usare il telefono.

 

     Quando Wolfe ebbe davanti a sé nel suo ufficio le persone indiziate, cominciò ad interrogarle singolarmente. Il primo fu R. Winslow. Disse di essersi recato da Heller per sapere quanto ancora sarebbe vissuta una sua zia di cui era erede. Già in precedenza un suo zio si era preso gioco di lui lasciandogli in eredità ... sei centesimi. La seconda persona fu Susan Mature, una infermiera presso il Morose Hospital dove un mese prima era scoppiato un incendio in cui erano morte 302 persone. Sei persone a lei molto care erano morte e lei voleva vendicarle trovando chi aveva sistemato la bomba incendiaria nell'ospedale. Per questo si era recata da Heller: voleva che  l'aiutasse con qualche previsione. Wolfe volle sapere tutto sulle sei persone morte.

      Dopo l'infermiera fu il turno della signora Tillotson, recatasi da  Heller con sei lettere anonime nell'intento di scoprire chi gliele aveva inviate. Il successivo teste fu Jack Ennis, inventore, modellista meccanico disoccupato, sebbene avesse al suo attivo sei brevetti di invenzioni, ma nessuno di essi è in commercio. Essendo la sua ultima invenzione imperfetta, aveva avuto tre incontri con Heller. Gli aveva  fornito informazioni e dati, e quel mattino si era presentato per chiedere a Heller  se aveva trovato qualche soluzione. Seguirono Agatha Abbey, direttrice di una rivista di moda, recatasi da Heller per  sottoporgli l'idea di una rubrica di posta con le lettrici e Karl Busch, un mediatore senza mezzi di sostentamento sempre pronto ad intrallazzare nell'ambiente del teatro, dello sport, del cinema. Voleva chiedere a Heller di utilizzare le sue capacità per ricavare formule atte a prevedere il vincitore. Aveva avuto un diverbio col professore a proposito di una previsione che lui riteneva sballata. Aveva dato per vincente un cavallo di nome Zero, dato dai bookmaker a 40 a 1...e Zero aveva vinto.

      Come sempre accade quando a Wolfe viene l'idea geniale, dopo aver ascoltato Busch, chiuse gli occhi e cominciò a mandare le labbra avanti e indietro. Poi li riaprì. E, seguendo la consueta prassi, cominciò a preparare la scena per l'atto finale, riepilogando i fatti e poi esponendo  le sue conclusioni.

 

-  Fin dal principio il mio assistente ed io eravamo in possesso di un indizio su cui abbiamo taciuto. Heller mi aveva comunicato il suo sospetto circa un eventuale assassino tra i suoi clienti e mi incaricava di occuparmi del caso. Io rifiutai, ma il signor Godwin, un mio subalterno che però fa spesso il comodo suo, ha preso l’iniziativa e si è recato da Heller per discutere la faccenda.

 - E’ entrato nello studio, deserto in quel momento. Si è fermato per pochi istanti e, usando il suo senso di osservazione, ha notato  alcune matite e un gommino, predisposte in uno schema prefissato. Il particolare  fu pure notato dalla polizia dopo il ritrovamento del cadavere e proprio quel particolare condusse la polizia fino a me. L’ispettore Cramer ha supposto che Heller, sotto la minaccia di una pistola e prevedendo la sua morte, volle lasciare un messaggio per fornire un indizio. E su questo non posso che concordare con l’ispettore. Se vi avvicinate alla scrivania potete vedere le matite poste nello stesso ordine in cui furono ritrovate sulla scrivania di Heller.

     Dopo che tutti le ebbero osservate, Wolfe riprese.

- Il signor Cramer presume di conoscere l’interpretazione del messaggio, ma per me la sua interpretazione è sbagliata. Comunque, non starò a spiegarvene la ragione. Io parto da una diversa  interpretazione, sortami in mente non come un colpo di fulmine, ma a seguito di un improvviso ricordo. Le matite mi ricordavano qualcosa visto in precedenza e confermato quando seppi che Heller era un professore di matematica. Un ricordo di molti anni fa che ho rinfrescai leggendo un libro di matematica. Nel libro sta scritto che duemila anni fa in India veniva usata una scrittura numerica a bastoncini,. Tre bastoncini orizzontali  significavano tre; due bastoncini volevano dire due. Soluzione primitiva ma accessibile a tutti. In seguito un indù geniale perfezionò il sistema unendo i bastoncini orizzontali con con bastoncini diagonali. In questo modo si evitava ogni errore, quindi le cinque matite  formano un tre e le altre un due. Ho, quindi, pensato che Heller volesse indicare non le lettere W e N, ma la moltiplicazione 3x2. E in ciò era anche confortato dalla presenza della gommina posta tra i due numeri. E' noto che in matematica spesso al posto del segno x si mette un punto. Ho supposto che la gomma indicasse un punto: il messaggio, quindi, significava 3 per 2 uguale a 6.

     Wolfe strinse le labbra e scosse il capo.

- E' stata una idiozia imperdonabile e, quando vi interrogai, sono stato per ore a pungolarvi col numero sei, pensando che fosse connesso al reato e per poter, quindi, escludervi o collegarvi al delitto. E questo perché il numero sei è spesso, con monotonia,  saltato fuori negli interrogatori. Ma era uno scherzo del caso. Quella notte, al termine degli interrogatori, ero a un punto morto e, senza una spintarella fortuita, sarebbe trascorso molto tempo prima di giungere alla conclusione. La spintarella me la diede uno di voi, il signor Busch, il quale, durante il colloquio, pronunciò il nome di un cavallo: Zero.

            Voltò una mano a palma in su.

- Zero! Che asino ero stato! L'uso del punto come simbolo della moltiplicazione è una trovata moderna. Ma se il sistema usato da Heller era quello degli Indù, allora anche il punto doveva essere usato da loro... e lo era, ma non come simbolo di moltiplicazione, come spiega il libro di Hogben, ma per una invenzione più geniale. Una volta deciso di scrivere un tre o un due con delle linee, come si poteva scrivere lo zero, ad esempio 302 o 3002 o 30002? Un problema che ossessionò Greci e Romani, incapaci di risolverlo. Lo risolse un genio indù. Capì che il segreto stava nella posizione. Noi oggi usiamo lo zero così come lo usava lui, ma invece di un punto noi usiamo un circoletto. Perciò il messaggio di Heller significava non tre per due, ma  302.

            Susan Mature, l'infermiera, sussultò, alzò la testa di scatto ed emise un gemito. Wolfe la guardò.

- Sì, signorina Mature. Trecentodue persone morirono nell'esplosione del Montrose Hospital un mese fa.

 

            Leo Heller, continua a spiegare Wolfe, aveva avuto il sospetto che fra i suoi sei clienti ve n'era uno o più di uno collegato all'ospedale, e cioè chi aveva piazzato la bomba che aveva provocato la morte di 302 persone toccava pertanto alla polizia fare ricerche e individuare il colpevole.

 

- Il messaggio, quindi, non indicava la persona che stava per sparargli, non il criminale, ma il crimine. Un atto ingegnoso da parte di Helle sotto la minaccia di un’arma. A questo punto sarebbe facile puntare il dito sull’infermiera Mature, che lavorava nell’ospedale, ma sarebbe opportuno chiarire prima una cosa: chiedere a ciascuno di voi se è mai stato al Montrose Hospital o se ha avuto a che far con esso o ha avuto contatti con i suoi dipendenti. - Gli occhi di Wolfe abbracciarono tutti i presenti e poi chiese:

- Risponda lei per prima, signora Tillotson.

- No, mai visitato.

- Signor Ennis?

- No.

- Salteremo ovviamente la signorina Mature.  Lei, signor Busch?

- La risposta è no.

- Signorina Abbey?

- Sì, circa due anni fa sono andata a far visita ad un amico, popi non ho più avuto occasione di andarvi o di frequentare i suoi dipendenti.

- Signor Winslow?

- No a tutta  la sua domanda.

- Benissimo. Signor Cramer, se la persona che ha ucciso Heller e piazzato la bomba si trova tra queste sei persone, penso che non vorrà farsela sfuggire. Le do un suggerimento.

- L’ascolto - disse Cramer.

-Li porti dentro come testimoni materiali, possibilmente senza possibilità di libertà dietro cauzione. Interroghi i dipendenti dell’ospedale, cerchi tra i sopravvissuti all'incendio, li metta a confronto con costoro e domandi se hanno mai visto qualcuno di loro. Nel frattempo lavorerà sull'infermiera Mature. Lei ha ascoltato le mie domande e le risposte degli altri cinque, perciò se avrà la prova che qualcuno ha mentito e lascia questa stanza senza correggere la menzogna, il caso sarà risolto.

- Un momento!

     Le labbra di Jack Ennis l'inventore erano incolori e contorte. Gli angoli della bocca erano sollevati, ma non si trattava di un sorriso. Gli occhi dimostravano che non aveva certo l’intenzione di sorridere.

- Io non ho detto esattamente una bugia... - cominciò.

     Gli occhi di Solfe erano due fessure.

 - Allora ha detto una bugia inesatta, signor Tennis?

- Volevo dire di non aver visitato quell'ospedale come tale. Ho solo messo in contatto uno dei medici affinché mettessero alla prova un mio apparecchio radioscopico.  Un medico sarebbe stato disposto, ma i suoi colleghi lo dissuasero.

- Quando è accaduto?

- Ci sono stato tre volte: due a dicembre e una a gennaio.

- Lei mi ha detto che il suo apparecchio non funzionava per un errore di impostazione e che si era recato da Heller con la speranza di trovare una soluzione al suo errore.

- Non era perfetto, ma funzionava e molto meglio dell’apparecchio che loro usavano. Ero sicuro che lo avrebbero provato perché il medico cui l’avevo mostrato, si chiamava Halsey, era rimasto entusiasta. Ma i suoi colleghi lo hanno costretto a non farne nulla, e uno di loro specialmente era molto... - La sua voce si spense.

- Era molto cosa, signor Ennis?

- Ce l’aveva con me.  Mi odiava, ecco!

- Ha mai costruito una  bomba, signor Ennis?

- Una bomba? - Le labbra di Ennis si socchiusero e questa volta parve sorridere. - Perché mai avrei dovuto costruire una bomba!

- Non so, gli inventori fabbricano tante cose. Se non ha mai fabbricato una bomba non si sarà mai procurato dell’esplosivo, vero? Ma a questo punto,  per correttezza, mi sento costretto a completare la mia ipotesi. E' stato lei a piazzare la bomba nell'ospedale per vendicarsi di un affronto, vero o immaginario. Nei dati che lei, durante gli incontri avuti con Heller, gli deve aver fornito qualche dato che l'ha spinto a sospettare lei quale dell'incendio all'ospedale. E lei, a sua volta, deve averlo intuito. Quando si è recato da lui,  ha portato con sé la rivoltella, pronto ad agire se i suoi sospetti fossero risultati fondati. Quando è entrato nell'edificio, lei ha riconosciuto il signor Goodwin. Essendo un mio collaboratore, si è insospettito. E’ entrato nell’ufficio di Heller, e questi le ha confermato di aver un appuntamento con lui e allora ha estratto la rivoltella...

- Un momento - esplose Cramer. - A questo punto tocca a me: Purley - ordinò, rivolto al sergente, - lo porti fuori e...

Il sergente si mosse lentamente. Enny era già scattato verso Wolfe. Balzai su di lui, lo afferrai per un braccio e glielo torsi. Riuscì a divincolarsi, ma c'era un'intera squadra di poliziotti e io mi tirai indietro.

All'improvviso mi trovai addosso Susan Mature, la quale mi aveva afferrato per il bavero.

- Me lo dica: è stato lui?

Risposi con una sola parola per impedirle di strapparmi i baveri.

- Sì!

Due mesi dopo una giuria in tribunale fu dello stesso parere.

 

  

 

 

ALAN ARNOLD

  

      Alan Arnold, scrittore vivente.  Appassionato lettore delle avventure di Sherlock Holmes, Arnold, nel suo romanzo Piramide di paura descrive il periodo giovanile del celebre  investigatore e della sua "spalla", Watson, presentandoli sedicenni, alunni della Brompton School di Londra.

      Il racconto, basato sulla sceneggiatura di Chris Columbus per l'omonimo film, descrive l'incontro fra i due protagonisti, ricalcando le orme di Conan Doyle. L'impatto è lo stesso. "Tanto piacere - disse Holmes stringendomi la mano... - A quanto vedo siete stato nell'Afganistan", così scrive Doyle nello Studio in rosso. Analogamente Arnold  fa dire ad Holmes sedicenne nel trovarsi di fronte il coetaneo Watson: "Tu ti chiami James Watson, vieni dall'Inghilterra del Nord. Tuo padre è medico. Trascorri scrivendo  gran parte del tempo libero. Hai una passione per i pasticcini alla crema". A Holmes, adulto o ragazzo che sia, piace stupire i suoi interlocutori, traendo conclusioni da particolari che generalmente passano inosservati.

     In Piramide di paura vi sono delitti camuffati da suicidi; vi è l'analisi e la deduzione dei fenomeni, vicende che affondano le loro radici nell'Egitto antico, in una setta religiosa di fanatici assassini, nella profanazione di tombe faraoniche. C'è tutto l''armamentario' che contraddistingue i gialli di Sir Arthur Conan Doyle.  Di nuovo vi è la figura di un giovane Holmes innamorato e piangente di fronte alla morte dell'amata.  Una situazione che Doyle non aveva mai descritto.

     E come avviene in alcune vicende di Sherlock Holmes in cui l'Autore fa spesso uso di enigmi, così Alan Arnold ne inserisce subito due all'inizio del suo romanzo.

 

 

 

PIRAMIDE DI PAURA

 

      Mentre procedevamo nella neve, mi tenne una piccola conferenza sulla deduzione.

- La mente deduttiva non riposa mai, Watson, - disse. - Non è diversa da uno strumento musicale perfettamente accordato, e richiede attenzione ed esercizio costanti.

- E come si  fa per accordare alla perfezione una mente? - La mia domanda doveva avere un certo tono di tollerante superiorità.

- Con equazioni matematiche, problemi logici, indovinelli. Per esempio, ti trovi in una stanza che guarda da ogni lato verso sud. Un orso passa davanti alla finestra. Di che colore è l'orso?

- Rosso - risposi io. L'indovinello mi sembrava di una semplicità ridicola. - L'orso è rosso.

     Holmes mi lanciò un’occhiata sprezzante.

- E perché mai dovrebbe essere rosso?

- Perché il sole del sud è ardente, e il manto dell'orso riflette la luce.

     La sua espressione era diventata incredula. - E' davvero la risposta più assurda che abbia mai sentito. Chi ha parlato del sole del sud? Io ho solo detto che la stanza guarda a sud.

- Oh.

- Devi riflettere, Watson. Fai con calma. Esamina l'indovinello, studialo pezzo per pezzo. - Scrollò la testa, rassegnato. - Rosso! - ripeté con la stessa incredulità. Io mi sentii piccolo piccolo.

     Battemmo i piedi per liberarci dalla neve prima di entrare nell'aula di chimica. Il professore, un certo signor Snelgrove, mi ispirò ben presto il timore che il suo livello fosse rappresentativo di quello di tutta la scuola. Avrei acquisito una educazione notevole solo per la sua mediocrità. Era vecchio, con l'aria senile e la faccia che sembrava una prugna secca. Aveva l'abitudine di interrompersi a metà di una frase per guardare nel vuoto; infine, dopo una eternità, ripeteva l'ultima parola che aveva pronunciato, e non una sola volta, ma più d'una.

-Combinando l'esatto quantitativo di potassa sodica... (lunga pausa)... sodica, sì, sodica, potrete completare l'esperimento... l'esperimento... l'esperimento... - e così via.

     Talora sprofondava in un vuoto così sconfinato che gli studenti riuscivano a ricondurlo alla realtà solo schiarendosi rumorosamente la gola.

- E' noioso da morire - mormorò Holmes mentre il vecchio pasticciava con una provetta di cristalli e la versava in una boccia di liquido trasparente, che subito si colorò di arancione. Ora toccava a noi ripetere la dimostrazione; ma Holmes si guardò dal farlo e preferì osservare me. In quel momento fummo distratti da un leggero bussare alla vicina finestra. Una ragazza giovanissima infilò un biglietto alla base di una fenditura e Holmes si affrettò a prenderlo. Notai l'occhiata tenera che i due si scambiarono, e mi stupì che una ragazza, soprattutto una ragazza così bella, avesse libero accesso in una scuola maschile. Mormorai ingenuamente: - Holmes, era una ragazza!

- Che deduzione geniale - disse lui.  Avevo meritato il suo sarcasmo. Holmes aprì il biglietto.

- Ma chi è? - chiesi. - Che cosa ci fa in una scuola maschile?

- Vive qui, - rispose Holmes. - Si chiama Elizabeth. Tre anni fa i suoi genitori sono morti a Filadelfia in un tragico incidente, perciò è venuta a stare con lo zio, il professor Waxflatter, che insegnava qui. Quando è andato in pensione, i dirigenti della scuola gli hanno permesso di conservare l'appartamento. Il professore è il tutore di Elizabeth.

     Holmes lesse il biglietto e ridacchiò. Poi me lo porse perché lo leggessi. Era una specie di poesiola.

 - Che cosa ne pensi? - mi chiese. Io lessi:

 

                                   Due menti si fondono in una

                                   Dove si conservano le foglie del sapere

                                   Presso gli uomini dalle parole danzanti

                                   Quando l'orologio diviene una L perfetta.

 

- Non ha senso - osservai.

- Al contrario, Watson. E' un messaggio molto ingegnoso. - E mi spiegò il significato del biglietto. - Elizabeth dice che vuole studiare con me o, come si è espressa, vuole che le nostre due menti si fondano in una. Mi dà appuntamento in biblioteca 'dove si conservano le foglie del sapere', e precisamente 'presso gli uomini dalle parole danzanti'. Naturalmente si riferisce al settore dedicato alla poesia. L'appuntamento è per le tre in punto.

- Quando l'orologio diviene una L perfetta. - dissi io.

- Bravo, Watson, - disse Holmes.

            A me sembrava un modo di comunicare molto pretenzioso; ma lui era soddisfatto che la ragazza si fosse presa un simile disturbo.

 

...............

 

            Poi rammentai il suo indovinello.

- Holmes, l'orso è bianco.

- In base a quale ragionamento?

- Dove puoi trovare una casa affacciata soltanto verso sud? Solo al Polo Nord naturalmente. Quindi è un orso polare.

- Bravo, Watson. - Persino il cane Uncas che ci accompagnava, scodinzolò.

 

Da Alan Arnold, Piramide di paura, trad. di R.Rambelli, Salani, 1991.

 

 

 MARINO CASSINI

  

Debbo  confessare che la mia passione per il genere giallo e ancor più per i gialli che racchiudono enigmi, mi ha sempre affascinato al punto di inserirne qualcuno di mia invenzione tra le pagine dei miei libri indirizzati ai giovani. Mi riferisco a due in particolare, presenti nei romanzi: Il tesoro del medico di Toledo Torpedini umane.

 

 

 

 

IL TESORO DEL MEDICO DI TOLEDO

  

     Il romanzo è diviso in due parti. La prima prende le mosse da un manoscritto trovato nella  vecchia biblioteca spagnola del Convento di Santa Maria de Huerta. L’Autore del manoscritto,  il medico Pedro Ruiz de Bivar, vissuto nella seconda metà del 1400,  racconta la sua vita, il difficile esordio nella professione, l’invidia dei colleghi, l'accusa ingiusta di stregoneria che lo coinvolse in un lungo processo ordito ai suoi danni dal Santo Uffizio, il tribunale religioso dell'Inquisizione,  voluto dalla Chiesa per combattere l'eresia e ogni pratica magica. Condannato ad essere arso  sul rogo, riesce a fuggire e ad imbarcarsi su una nave diretta verso le terre che Colombo aveva da poco scoperto.  Per timore che la longa manus dell'Inquisizione lo potesse raggiungere anche nel Nuovo Mondo, trova rifugio presso un popolo allora poco conosciuto, gli Incas, dove trascorre serenamente la vita fino all'arrivo dei Conquistadores spagnoli guidati da Pizarro. Pedro Ruiz assiste alle estreme vicende dell'Impero incaico, alla cattura dell'ultimo imperatore, Atahuallpa, e alla sua misera fine. Prima di morire, l'imperatore inca tenta di ottenere la libertà offrendo a Pizarro una enorme ricompensa : il riscatto consisteva nel riempire di oggetti d'oro la cella in cui era tenuto prigioniero.  Pizarro accettò e da tutte le parti dell'immenso impero incaico cominciarono a giungere carovane con l'oro necessario. Il medico Pedro Ruiz faceva parte di una di esse, ma durante il viaggio, si sparse la notizia che l'imperatore era stato strangolato, per cui molti carichi d'oro, ancora in viaggio, verso gli accampamenti spagnoli, vennero così nascosti.  Pedro Ruiz viene incaricato di trovare un posto sicuro dove sistemare provvisoriamente l'oro della sua carovana e, per ricordarsi il luogo, affida i suoi ricordi ad un quipu, così scrive nel  manoscritto indirizzato  al fratello.

     Per secoli manoscritto e quipu, dopo essere giunti in Spagna per vie misteriose, rimangono sepolti tra i polverosi volumi del monastero, finché non sono scoperti da un professore di storia.

 

 

 

 

 

 

                        (Ultima pagina del manoscritto)

 

"Ho trovato un posto sicuro e sono certo che nessuno lo scoprirà: dei facenti parte della carovana mi fido perché sanno che si tratta di oro sacro e non muoverebbero un dito per rubarlo. Sono però gli estranei che mi impensieriscono. Ripeto, però, che ho trovato un ottimo nascondiglio. Chissà quando potrò ritornare a prenderlo!

     Non mi sembra infatti che la situazione sia rosea. Conosco gli spagnoli e li so avidi di oro. Se hanno ucciso Atahuallpa,  lo avranno fatto per qualche ragione che mi sfugge, ma che deve avere a che fare con la ricchezza del paese.

     E se dovessi ricadere nelle mani dei miei nemici? Ci sarebbe però un mezzo di riscatto: potrei sempre mercanteggiare la mia libertà con quell'oro... ad ogni buon conto affido alle poche note che seguono e al quipu che le accompagnerà l'ubicazione del tesoro.

      Ordunque abbiamo lasciato il tambos di Huànuco e siamo discesi, seguendo la strada, in fondo ad una gola in cui scorre un fiume in direzione nord. I locali lo chiamano Tocco Yapaquiz, ma è solo una voce locale. Sul versante est c'è una pucara, una specie di fortino con una porta sola. Lì ho costruito il quipu. Caro fratello, anche se non hai mai visto questo strano sistema di scrittura (che però ti ho precedentemente descritto, rileggi e capirai meglio), ricordati di quando, da  ragazzi, giocavamo con i fili colorati e del significato che davamo al colore. Riuscirai senz'altro a capire ogni cosa. Chi non ci capirebbe nulla sarebbe proprio il mio caro amico Sinchi, che pure mi ha insegnato l'uso del quipu!. E ricorda: Ut sol enitescit, sic refulget lapis.

 

               Ecco il quipu allegato al manoscritto

 

 

 

 

   N - Cordicelle di color nero        BI - Cordicelle di color bianco   R - cordicelle di color rosso

   G - Cordicelle di color giallo      BR- Cordicelle di color bruno     V - Cordicelle di color verde

 

 

 

Per comprendere la funzione che avevano i quipu nella cultura incaica occorre tener presente che gli Incas non conoscevano la scrittura, nè avevano sviluppato alcun sistema pittografico, ideografico, geroglifico o alfabetico. In compenso, avevano sviluppato un curioso sistema, il quipu appunto, che permetteva loro di memorizzare date, numeri oggetti e altro.  Il quipu era formato da una serie di cordicelle, variamente colorate, pendenti da una corda più grossa, lungo le quali venivano intrecciati nodi di varie forme. La corda-madre poteva variare in lunghezza da pochi centimetri a più di un metro. Le cordicelle colorate con i nodi (uno o più) erano numerose, anche più di cento. Il colore delle cordicelle e la fattura dei nodi avevano particolari significati. Il colore stava ad indicare la qualità degli oggetti: ad esempio il color giallo poteva indicare l'oro o il grano; il bruno indicava il rame o il ferro o il metallo in generale, il rosso gli animali, il verde i prodotti della natura e così via.  I nodi, la loro forma e la distanza dalla corda-madre indicavano la quantità. Il quipu era un espediente adatto a registrare e a memorizzare, non a calcolare. Con ogni probabilità gli Incas se ne servivano per tener conto della popolazione, del numero degli animali, della produzione agricola e di altri dati statistici.  Per la loro lettura abbisognavano di speciali interpreti chiamati quipucamayoc, specie di archivisti o custodi dei quipu i quali, dalle cordicelle e dalle poche notizie che il mittente dava al corriere che lo recapitava, erano in grado di trarne il significato.

 

     La seconda parte del romanzo racconta le avventure della spedizione partita alla volta del Perù nell'intento di trovare il tesoro, se ancora esiste, e di cui fanno parte il professor di archeologia Zurini, i suoi allievi Marco, Matteo (soprannominati 'I due Evangelisti'), Corinna e il professor Ortega, un peruviano amico di Zurini. Ma prima di procedere alla ricerca  occorre, comunque, trovare la soluzione all'enigma proposto dal medico di Toledo, una soluzione che il quipu nasconde.  E quando raggiungono dopo molte avventure e peripezie la zona dove si trovano le rovine del tambos di Huanuco di cui si parla nel manoscritto, il quipu resiste ancora ad ogni tentativo di penetrarne il contenuto.

 

 

- Lei, dottor Ortega, dopo aver esaminato a lungo il quipu ci disse che il tutto doveva rappresentare una serie di numeri, ma quali la sua profonda esperienza di conoscitore delle cose incaiche non era riuscito a decifrare. Tenuto buono questo presupposto, io cominciai con lo scartare tutti i metodi conosciuti per l'interpretazione dei quipu.

- E perché? - chiese il professor Zurini

- Ma perché lo stesso Medico di Toledo, Pedro Ruiz de Bivar, lo aveva esplicitamente imposto. Pensi un poco a quanto egli scrive nell'ultima pagina del manoscritto, quando, accennando al quipu, dice: "... chi non ci capirebbe nulla sarebbe proprio il mio amico  Sinchi, che pure mi ha insegnato l'uso del quipu". Si poteva da ciò dedurre una sola cosa e cioè che il medico, pur usando le cordicelle, avesse studiato un metodo nuovo. Si trattava di scoprire quale. Un altro fattore da tener presente era, inoltre, il fatto che Pedro Ruiz era un europeo, non un peruviano, quindi doveva agire e pensare come un europeo; inoltre, egli inviava il quipu e il manoscritto a suo fratello il quale era all'oscuro degli usi e dei costumi incas. Sì, è vero - aggiunse Marco, prevenendo qualche obiezione - che nel manoscritto ci doveva essere un ampio studio di quello strano uso di scrittura con fili, studio che sfortunamente noi non abbiamo, perché le pagine dove esso è stato trattato sono illeggibili; è vero quindi che per il fratello sarebbe stato stato agevole sciogliere questo rebus. Ma io credo che il medico abbia volutamente complicato le cose, perché se il manoscritto fosse caduto in mano ad estranei, altri si sarebbero impadroniti del tesoro. Quindi, di assodato avevo due cose: primo, il quipu non era simile agli originali; secondo, conteneva un rebus che un europeo poteva sciogliere. A questo punto passai a considerare un'altra questione. Noi che stiamo cercando? Un tesoro, cioè qualcosa di voluminoso nascosto da qualche parte qui attorno. Della  sua ubicazione non sappiamo nulla o almeno questo è quanto ci sembra perché in effetti il medico di Toledo una indicazione ce la dà.

- E quale, - sbottò il dottor Ortega.

- Si riveda un poco le ultime due pagine del manoscritto, che io ho imparate addirittura a memoria, troverà queste precise parole: "...sul  versante est c'è una pucara con una porta sola. Lì ho costruito il quipu". Io mi sono chiesto: perché il nostro Pedro Ruiz fa questa precisazione? Ho girato qui attorno,  per ogni dove, e di pucare ne ho visto una sola, questa; non ne esistono altre. Perché scrivere quindi che la pucara ha una porta sola? L'avrei capito se fosse stato per individuarla meglio tra molte altre costruite diversamente, ma se ce n'è una sola, che abbia una porta o più non serve a niente precisarlo. Quella indicazione aveva quindi un altro scopo. E me lo confermarono le parole seguenti e cioè: "...lì ho costruito il quipu". Anche queste parole, se non avessero avuto uno scopo, sarebbero parse inutili: infatti, che importanza poteva avere il fatto che il quipu fosse stato composto lì più che altrove? Ne dedussi quindi che fra rebus, quipu e porta esisteva un rapporto e cioè la porta era il punto di partenza per il ritrovamento del tesoro.

- Ragionamento ben condotto, - approvò il professor Zurini, ma in dottor Ortega, interrompendolo, disse:

- Lo lasci continuare, amico!

- Altra deduzione - riprese Marco fu che se la porta era l'inizio, il quipu doveva contenere di seguito tutte le misure indicanti la distanza.

- Perché dici: di seguito? - lo interruppe Corinna nonostante un'occhiata del dottor Ortega.

- Be', sempre tenendo per buono il presupposto che chi scriveva era un europeo e di conseguenza doveva aver usato un metodo matematico, logico e comprensibile. Il problema che si presentò subito fu: quali misure usò il nostro enigmista?  Il metro era da escludersi a priori. Potevano quindi essere piedi o passi. Optai per questi ultimi e fu il quipu a convincermi in questa scelta. Se voi, infatti, esaminate le cordicelle, noterete che non tutte hanno nodi. Guardate, le prime tre cordicelle hanno un nodo; la quarta no; la quinta e la sesta sì; la settima no; la ottava, la nona e la decima, sì; l'undicesima no; la dodicesima e la tredicesima sì; la quattordicesima no; la quindicesima, sedicesima sì; la diciassettesima, diciottesima no; la diciannovesima, ventesima sì; la ventunesima no. Le cordicelle prive di nodi hanno, a mio parere, solo una funzione divisoria, mentre quelle con i nodi indicano numeri singoli. Se così è, la massima cifra che si può formare con due numeri è novantanove; ora, se si trattasse di una misura espressa in piedi, essa equivarrebbe a trenta metri circa. E' una distanza troppo vicina, scusate il bisticcio, alla pucara.

- Ma ci sono pure, secondo la tua teoria, - obiettò Marco - anche misure di tre numeri, di cui la massima potrebbe essere 999, cioè circa trecento metri.

- Giusto, Marco; hai però esaminato il terreno qui attorno? E' tutto roccia viva, senza alcuna fenditura dove nascondere, non dico un tesoro, ma nemmeno uno spillo. No, per me sono passi!

- Diamolo per accettato, - fece il dottor Ortega. - Ora prosegua.

- Stabilito ciò, si trattava di di trovare le cifre. A tutta prima pensai che i nodi che si trovavano allineati orizzontalmente avessero lo stesso valore, ma non era così perché non c'era alcuna corrispondenza tra essi. Il problema pareva, quindi, insolubile. Fu per puro caso che ieri, trovandomi tra le mani un foglietto su cui avevo disegnato il quipu e un decimetro, misurai la lunghezza della prima cordicella, che risultò di dieci centimetri e fu per caso che notai che il nodo distava dalla cordicella orizzontale un centimetro, cioè un decimo della lunghezza della cordicella. Incuriosito per questa coincidenza, misurai la seconda cordicella che risultò di cinque centimetri e il nodo cadeva a quattro centimetri e mezzo, cioè a nove decimi dalla corda principale. Sulla terza cordicella riscontrai che il nodo cadeva alla metà esatta, cioè a cinque decimi di distanza dalla corda madre. Avevo scoperto il trucco. Il medico di Toledo, pur usando cordicelle di diversa lunghezza, le aveva, ognuna, divise in dieci parti e aveva posto il nodo in corrispondenza del decimo desiderato. Ad esempio, il numero uno si trovava a un decimo della lunghezza della cordicella distante dalla corda-madre. Il due a due decimi, il tre a tre decimi e così via.

- Molto semplice e ingegnoso, - fece Corinna.

- Sì, molto semplice, ma ce n'è voluta,  - ribatté sorridente Matteo. - Comunque le misure da me ricavate sono: 195, 56, 216, 85, 12, 16. Ma la faccenda non è però finita, - fece il giovane sospirando - infatti i primi 195 passi dove si devono dirigere? A nord? A sud? A est? O a ovest? E gli altri 56? E gli altri ancora?. Ecco dove mi sono arenato ed ecco perché ho detto di aver 'quasi' risolto il quipu. Non che non abbia una idea in proposito, anzi per avvalorarla oggi sono andato a Huanuco, ma è stato un mezzo fiasco.

- Che è andato a fare a Huanuco, giovanotto? - chiese il dottor Ortega.

- Sempre per il quipu, dottore, infatti, una volta trovate le misure, dovevo anche trovare la direzione e dato che nel manoscritto il medico, rivolgendosi a suo fratello, dice "...ricordati di quando, da ragazzi, giocavamo con fili colorati e del significato che davamo al colore...", sono andato a telefonare a Torino,,,

- A Torino! - fecero in coro i presenti.

- Sì, a Torino, perché? - chiese il giovane stupito della loro meraviglia.

- Ma perché proprio a Torino? - ribatte Corinna.

- E proprio tu me lo chiedi? Non ti ricordi, Corinna, di Palomo?

- Palomo, l'assistente alla cattedra di spagnolo?

- Sì, lui. Si laureò in Spagna discutendo un argomento di etnologia intitolato: "Usi e costumi della società spagnola nel periodo colombiano".

- E cosa c'entra col manoscritto? - fece Corinna.

- Mi sono ricordato che in quella tesi si parlava anche di giochi di bambini. Gli ho quindi semplicemente chiesto se si è imbattuto, nelle sue ricerche, in qualche gioco che aveva a che fare con cordicelle colorate. Sfortunatamente no. Ricorda solo che  in una vecchia relazione di un pedagogo, un monaco di Toledo, si accenna ad un gioco di bimbi che consisteva in una specie di nascondarella. Un gruppo di ragazzini si sparpagliava per tutta la cittadina e tre di loro avevano il compito di trovarli. Coloro che si nascondevano però dovevano dare una qualche indicazione circa l'ubicazione del nascondiglio. Ad esempio se uno andava a nascondersi nel campanile, che era costruito interamente di mattoni, lasciava ai tre ricercatori un pezzettino di mattone; se uno invece si nascondeva in una stalla, poteva lasciare qualche crine di cavallo e così via. L'astuzia di coloro che si nascondevano consisteva nel lasciare una traccia vera, ma al tempo stesso difficile da riconoscersi. L'abilità dei cercatori stava invece nel dedurre da quell'unica prova il luogo designato.

- Quindi il colore delle cordicelle potrebbe indicare la direzione?

- L'ho pensato anch'io.

     Un pesante silenzio cadde sul gruppo e durò a lungo.  Lo ruppe ad un tratto il professor Zurini.

- Sentite un poco: è assodato che i colori delle cordicelle del quipu indicano la direzione. Si tratta solo di stabilire quale. I colori in tutto sono sei e cioè nero, rosso, giallo, bianco, bruno e verde.  Di questi possiamo escludere il bianco, perché bianche sono tutte le cordicelle senza nodi le quali hanno una funzione puramente divisoria. Possiamo poi escludere le cordicelle brune, perché non hanno nodi. Rimangono così quattro colori come i punti cardinali.

- Accidenti, è giusto, come non averci pensato prima! - sbottò Matteo.

- Questi colori sono - continuò il professor Zurini - il nero, il giallo, il verde e il rosso e ognuno deve avere un significato. Se ripensiamo al gioco dei ragazzini di Toledo, quelli potevano mettere in relazione i colori o gli oggetti con altri colori o oggetti conosciuti da tutti i bimbi viventi in quel luogo. Il nostro medico di Toledo, invece, si rivolgeva a suo fratello il quale non aveva alcuna conoscenza di questi paesaggi, quindi doveva cercare di spiegarsi con un linguaggio generale, non particolare e di conseguenza doveva dare a ciascun punto cardinale un colore che solo quel punto può avere. Mi spiego: prendiamo il giallo. Che punto cardinale vi suggerisce?

- Direi est, - fece Marco. - A est nasce il sole che è appunto giallo.

- Esatto. Di conseguenza il nero deve indicare ovest, cioè il tramonto, la notte.

- Ma allora il bianco, che è stato escluso, sarebbe il nord, cioè il polo con i ghiacci, - ribatté Marco.

- Potrebbe, ma non dimenticare, Marco, che siamo nel 1500 e le cognizioni geografiche sono ancora limitate e ognuno è propenso ad analizzare le cose che lo circondano e a trarre spunto da esse. Quindi, per i due colori restanti direi che il verde rappresenti il nord rispetto al rosso che potrebbe rappresentare il sud. Questa deduzione è dovuta al fatto che il nostro Pedro Ruiz era vissuto in Europa e dopo si era trasferito a Panama dove il clima fresco della verde Europa non aveva nulla a che vedere con il caldo torrido dell'equatore. Ne convenite? Quindi, in base a questi dati, l'ubicazione del tesoro potrebbe essere così indicata: 190 passi ovest, 56 passi sud, 216 passi est, 85 passi ovest, dodici passi  sud e 16 passi  nord.

- Credo che lei abbia fatto centro, Zurini, - concluse il proessor Ortega dopo aver ascoltato in silenzio tutto il ragionamento - sì, credo proprio che abbia fatto centro, - aggiunse quasi parlando a se stesso.

 

 

     Seguendo i dati  scoperti i componenti della spedizione si accorgono di essere sulla strada giusta. Le misurazioni dei passi sembrano esatte  e, dopo averle seguite, si trovano, prima dell'ultima misurazione proprio ai bordi di uno strapiombo in fondo al quale scorre il fiume Vizcarro.  Nel manoscritto il medico indicava che in quel punto gli Incas aveva costruito un ponte che univa i lati opposti dello strapiombo, ma il ponte non c'è più. Rimangono solo le rovine su entrambe le sponde.

 

 

...i successivi ottantacinque passi ovest li portarono a non più di un metro dai due grossi massi che segnavano l'inizio di quello che un tempo  era stato il ponte costruito dagli Incas.

     Sino a quel momento tutto era andato bene e sembrava che le misure rispondessero in pieno perché il percorso indicato, su quel terreno oltremodo accidentato, si era rivelato agevole. Furono le due ultime misure, e cioè i 12 passi sud e 16 passi nord , che lasciarono perplessi i cinque archeologi. Se infatti avessero potuto percorrere dodici passi in direzione sud, si sarebbero trovati sospesi a mezz'aria sull'abisso a un terzo di distanza dalla parete rocciosa che delimitava il burrone su cui una volta era gettato il ponte.

- Accidenti, e adesso? - sbottò il dottor Ortega. - Ma siamo sicuri della direzione?

     Il professor Zurini controllò il colore delle cordicelle disegnate.

- Sì, - rispose, - sono rosse e abbiamo stabilito che il rosso indica sud. Tra l'altro abbiamo già trovato altre cordicelle rosse e l'indicazione sud si è rivelata giusta. Non capisco adesso questo intoppo.

     Seduti in prossimità del burrone, da cui saliva il sordo muggire delle acque vorticose, ognuno rifece per conto suo i calcoli.

     Per l'ennesima volta Marco prese il foglietto su cui era aveva riportato il quipu e si chiese:

"Ma perché per dividere il penultimo dall'ultimo numero ci sono due cordicelle senza nodi; perché non ce n'è una sola come fra i numeri precedenti? E perché queste due cordicelle sono di colore diverso l'una bianca e l'altra bruna? E perché le due cordicelle brune sono legate in fondo tra loro?

- Che differenza può fare l'unione delle due cordicelle? - chiese Corinna.

- Se sono state unite, una ragione c'è, ci deve essere, - insistette Matteo.

- Io penso - notò il professor Zurini - che sia da escludere a priori che indichino numeri perché le cordicelle brune sono prive di nodi, quindi il problema è: che altro possono indicare? Una direzione no perché le abbiamo già stabilite con altri colori, e allora che cosa?

- Potrebbero formare un disegno! - intervenne nuovamente Corinna. - Due linee unite ad una estremità formano un angolo. Formano anche la lettera V.

- Per Winston Churchill significavano 'vittoria'... - ribatté sorridendo Marco. Ma Corinna, senza, senza rilevare l'ironia, continuò:

- Potrebbero significare... che so... strettoia, imbuto...

- E se significassero fondo valle, baratro in fondo al quale scorre un fiume?, - la interruppe il dottor Ortega. - Noi ci siamo proprio arenati davanti ad un burrone. Non avrà forse voluto il nostro Pedro Ruiz indicare che l'ultima direzione non era da considerarsi su un piano orizzontale, ma verticale? Gli ultimi sedici passi invece di essere verso nord, non potrebbero essere verso il basso?

- Ma perché allora il color verde?!

- Ma perdinci, - scattò Marco che, dopo il suo accenno a Churchill, s'era fatto oltremodo attento - verde perché l'acqua che scorre in fondo è verde e bruno perché le pareti laterali del baratro, se l'avete notato, hanno proprio quella colorazione dovuta a un'alta percentuale di ferro che la roccia contiene. Sono sicuro che è così. Grazie, Corinna, per averci messo sulla buona strada. Le misure sono quindi esatte. Il medico di Toledo, una volta sul ponte, cercò un nascondiglio perpendicolare ad esso e domani noi cercheremo sul fondo del Vizcarro: là deve trovarsi il tesoro.

     L'orgasmo prese tutta la compagnia e se la giornata non fosse ormai al termine, si sarebbero precipitati in fondo alla valle per controllare l'ipotesi.

     Solo Marco non prese parte alla gioia generale. Si era accorto di una piccola, semplice cosa e cioè che la distanza verticale dal ponte  indicata era di 16 passi e il ponte invece si ergeva dal fondo valle ad una altezza di cinquanta passi. Secondo il quipu quindi il tesoro avrebbe dovuto trovarsi a circa dieci metri sotto il ponte, sospeso nell'aria come su un magico tappeto volante!

 

 

     Eppure le misure sono esatte, ma occorrerà rifarsi alle leggende locali e poi mettere in atto una ardita operazione di alpinismo e di acrobazia in cui il giovane Matteo è esperto per trovare la soluzione. Appeso a mezz'aria ad una fune, riesce a scoprire la grotta. E dire che, se avessero seguito quanto Pedro Ruiz aveva scritto, avrebbero evitato quella pericolosa manovra!

     Ormai il tesoro è stato trovato e occorre un brindisi conclusivo.

 

            Mentre bevevano in silenzio, ognuno immerso nei propri pensieri, Matteo, battendosi la fronte, se ne venne fuori con un:

- Ma che razza di stupido! Anche il punto esatto aveva indicato il nostro amico Pedro Ruiz de Bivar! Lo avevamo scritto chiaramente, lampante davanti agli occhi! Che stupidi, che stupidi siamo stati!

- Ma che dici, Matteo!

- Dico che nell'ultima pagina del manoscritto era indicata l'esatta ubicazione del tesoro. Ricordate come termina il manoscritto? Con una frase latina: Ut sol enitescit, sic refulget lapis. Non appena brilla il sole, anche la pietra risplende. Pensate al lastrone sotto cui si trovava il tesoro, non ricordate? Era il solo punto della sponda est del burrone a essere illuminato dal sole quando questo, passando fra due alti picchi, riversava i suoi raggi sino al fondo valle. Ecco il significato di quella frase sibillina che io credevo posta lì a significare chi sa che cosa!

 

 

 

 

 

TORPEDINI UMANE

 

             Il romanzo, ambientato nella seconda guerra mondiale, tratta episodi realmente accaduti, mescolati, come richiede il genere, ad avventure immaginarie. La parte storica racconta le imprese di uno sparuto gruppo di audaci marinai, sommozzatori, i quali riuscirono a penetrare le difese dei porti inglesi e ad affondare corazzate e altre navi da guerra, utilizzando degli speciali siluri a propulsione elettrica, imbottiti di esplosivo, chiamati con lo strano nome di MAIALI, portati da esperti sommozzatori sotto la chiglia delle navi nemiche e attaccati ad essa mediante mignatte a calamita.  Dopo i primi successi italiani, il controspionaggio inglese si mette in azione e uno 007 dell'epoca, dal nome in codice Ally, venuto a conoscenza che un informatore ha delle indicazioni precise per individuare il luogo dove i siluri venivano costruiti e messi a punto, si reca all'appuntamento, fissato nei giardini di Villa Imperiale della città di Genova.

 

 

     Si avviò verso la Villa e si gettò sulle tracce dell'uomo con l'impermeabile che riteneva fosse l'ignoto informatore. Era trascorsi alcuni minuti da quando gli era passato davanti e forse lo attendeva impaziente in qualche angolo del parco. Girò a lungo per sentierini che si intersecavano tra le piante e le aiuole malcurate senza imbattersi in alcuno, poi, all'improvviso, l'eco di una lotta che si svolgeva su un terrazzino a poca distanza da un gruppo di platani attrasse la sua attenzione.  Di certo l'informatore era stato individuato e qualcuno cercava di farlo tacere.

     Senza pensarci, si lanciò di corsa verso i contendenti: l'uomo con l'impermeabile e un altro che indossava un giaccone di pelle. Il primo, piegato su se stesso, mugolava sordamente reggendosi con una mano il ventre e premendosi con l'altra il petto. Il suo antagonista con un coltello a serramanico nella sinistra, pronto a ferire di nuovo, lo fissava a due passi di distanza.

     Ally lo attaccò da tergo e fu solo all'ultimo istante che l'uomo si accorse della sua presenza. Voltatosi di scatto, alzò la mano armata pronto a calarla sull'avversario.

"Mai attaccare dall'alto in basso con un coltello, ma sempre dal basso verso l'alto" pensò fuggevolmente A 33 mentre parava il colpo con l'avambraccio sinistro e con la mano destra, tesa rigida, calava un fendente al collo del malcapitato. Il contraccolpo gli indolenzì il braccio e si ripercosse sino alla spalla. Aveva colpito forte, troppo forte, ma non era quello il momento di prendere le misure. L'avversario, lasciato cadere il coltello, gli scivolò addosso e si ammucchiò a terra dove rimase immobile. A 33, senza degnarlo di uno sguardo, si precipitò verso il ferito che, rovesciato in una aiuola, gemeva flebilmente. Tentò di sbottonargli l'impermeabile macchiato di sangue, ma un gemito più alto lo fece desistere. L'uomo con le mani serrate al petto e al ventre tentava di fermare il flusso rosso con cui la sua vita stava lentamente andandosene. Le ferite dovevano essere mortali. Ally rimase a guardarlo.

     Maledetto mestiere! Quell'uomo moriva ai suoi piedi ed egli doveva accantonare ogni  sentimento, annullare in sé qualsiasi desiderio di portargli aiuto e mirare solo all'esito della missione. Uno sporco, maledettissimo mestiere il suo!

- Puoi parlare?

     Il ferito lo guardò con occhi allucinati. Ally insistette.

- Hai scoperto qualcosa? Presto, parla!

- Pig...pig  - mormorò in inglese. La voce usciva fievole tra i denti contratti, serrati dal dolore e dagli spasimi.

- Va bene, amico, sarò un porco, chiamami pure maiale, ma devi dirmi ugualmente quello che hai scoperto.

     Gli occhi dell'uomo cambiarono improvvisamente espressione, si fecero attoniti, stupiti, poi, con uno sforzo, aggiunse:

-No pig... you...   pig... captain... house.

- Quale capitano? Non capisco: che vuoi dirmi?

     L'uomo mosse con fatica la testa e si guardò attorno alla ricerca di qualcosa finché i suoi occhi non si posarono su un libro che era caduto a terra aperto. Una mano rossa di sangue si staccò dalla ferita e l'indice lo indicò.

- Pig... captain... ecs...

     Un soffio gorgogliante lo interruppe e fu tutto. La mano scostata tornò a tamponare la ferita, ma ormai non c'era più nulla da fare. Rovesciando gli occhi, l'uomo giacque immobile tra l'erba.

     Non c'era tempo da perdere: Ally lo frugò velocemente, con perizia, facendo passare nelle sue tutto quanto c'era nelle tasche del morto, raccolse il libro e si diresse di corsa verso l'ingresso a nord del parco, da dove era entrato il pedinatore che aveva aggredito e pugnalato il suo informatore.

 

..........................................

 

     Ally guardava il magro bottino che aveva sottratto al morto: un temperino, un portafogli, un fazzoletto, un gruppo di chiavi  legate a un anello, pochi spiccioli, il libro. Le solite cose, tranne il libro naturalmente, che si possono trovare nelle tasche di chiunque.

     Prese il portafogli tra le mani e ne versò il contenuto sul tavolo: conteneva in tutto cinquantacinque lire, una carta d'identità consumata e scaduta e tre biglietti da visita intestati a Giuseppe De Rossi, professore.

     Ally sorrise. La sua prima impressione era, dunque, risultata esatta, sempre che il titolo di professore non facesse parte della copertura. Buttò sul tavolo l'inutile portafogli e prese il libro. Il moribondo glielo aveva chiaramente indicato un istante prima di tirare le cuoia. Si trattava di una copia della  Bucoliche  di Virgilio in edizione latina e corredata da molte note. Ally lo sfogliò pagina per pagina alla ricerca di qualcosa, ma, all'apparenza, non conteneva nulla. Il libro era stato usato e si vedeva dalle pagine sgualcite, dalle annotazioni a piè di pagina e al margine dei versi, dai segni, sottolineature, fregi, accenti, orme lasciate dal lettore. Forse, se fosse capitato tra le mani del suo superiore, quell'inguaribile romantico lo avrebbe lo avrebbe sottoposto agli acidi di reagenti chimici per scoprire se fosse stato usato qualche inchiostro simpatico. Ally ne dubitava e poi, anche se fosse stato così, lui non avrebbe potuto far nulla. Non c'era nessun laboratorio cui potersi rivolgere per una ricerca simile. Però se il libro gli era stato indicato, ciò dimostrava che esisteva una ragione valida e che doveva contenere il trait-d'union con quanto stava cercando. E se il libro conteneva un messaggio doveva anche essere nelle sue possibilità il saperlo decifrare.

"Tityre, tu patulae recubans sub tegmine fagi" , o Titiro, che te ne stai dolcemente abbandonato sotto l'ombra di un frondoso faggio...

     Ally lesse il primo verso e la musicalità dell'esametro lo avvolse. Gli parve un poco l'epitaffio dell'informatore, tranne che quello non se ne stava dolcemente abbandonato sotto un faggio, ma brutalmente raggomitolato, rattrappito su se stesso, in mezzo all'erba macchiata di sangue. Al pensiero gettò il libro sul letto che nessuno si era premurato di rifare, indossò la giacca e uscì dirigendosi a passi spediti verso la Stazione Principe.

 

...........

     Ritornando alla pensione rimuginava sui fatti di quel pomeriggio. Non era interamente convinto, ma qualcosa gli diceva che, pur con la morte dell'informatore,  non tutti i contatti erano stati spezzati; bastava saperli riannodare. L'informatore, pur chiamandolo porco, maiale (e non capiva proprio perché), aveva tentato di dirgli qualcosa. Ora, ripensandoci, gli parve strano che quell'uomo, in punto di morte, avesse parlato in inglese. Perché? Che fosse una naturale deformazione professionale dovuta all'insegnamento di quella lingua? Poco probabile. O non l'aveva, invece, fatto per evitare che qualche inaspettato spettatore potesse capire quanto stava dicendo? In fondo, non è detto che tutti capiscano l'inglese: forse era questa la ragione a cui se ne legava un'altra simile. Ally non conosceva l'informatore, non l'aveva mai visto, e questo valeva anche per l'informatore. Quest'ultimo, vedendo un uomo chino su di lui, aveva ritenuto più opportuno rispondere in inglese perché se il suo interlocutore era la persona con cui avrebbe dovuto prendere contatto era sicuro che l'avrebbe capito; se, invece, fosse stato un passante casuale, non avrebbe capito nulla, tuttoal più avrebbe, conoscendo la lingua, sentito delle parole che per lui non avrebbero avuto alcun senso. Se la ragione era questa (e perché dubitarne?) Ally era pronto a farsi tanto di cappello di fronte a quell'individuo che, con due coltellate in corpo, era riuscito a non perdere la lucidità di mente. Unico neo negativo era quel 'pig' con cui l'aveva definito. Perché chiamarlo 'pig', maiale, porco? Perché perdere tempo con un insulto quando le altre parole erano più importanti? No, quel 'pig' non gli andava giù! Ma che altro poteva significare allora? E poi c'era il libro.

     Con la mente riandò alla scena. L'uomo ferito si era tolta la mano dal petto lasciando che il sangue uscisse a fiotti e aveva puntato l'indice arrossato verso il volume abbandonato a terra. Quindi il libro c'entrava. Quando gli era stato ordinato di andare all'appuntamento nel parco di Villa Imperiale, aveva pensato ad una trappola. Aveva pensato che l'informatore facesse il doppio gioco. Ma non era così perché l'uomo era stato pedinato ed era stato ucciso. Era logico, quindi, supporre che anche lui avesse preso delle precauzioni nel caso avesse dovuto passare l'informazione nel più breve tempo possibile: ad esempio la consegna di un libro contenente un messaggio criptografico. Ma la chiave per aprire il messaggio dov'era e qual era?  Forse il De Rossi sperava di dargliela nell'istante in cui gli avrebbe consegnato il libro, cosa che non era avvenuta. Le sole parole che il morente aveva pronunciato, erano state: "Pig...pig...non pig... you   pig... captain...house", poi, dopo un intervallo, ancora "pig... captain..." e una specie di rantolo strozzato "ecs...". Che chiave potevano mai contenere le parole "porco (o maiale)...porco... no porco... tu... porco... capitano casa"?

     Era innegabile che l'aveva chiamato porco e che quella parola era ritornata spesso. Ma era poi intesa come un insulto?  Ally ci ripensò e all'improvviso scosse il capo ricordandosi che a un certo momento di quel breve colloquio il ferito l'aveva guardato stupito quando lui glielo aveva fatto notare e aveva detto: "No pig...you" . "No porco... tu" cioè "non dico a te porco, maiale"; e allora che significava? E questa "casa del capitano" o "Capitano Casa" - un cognome - chi era? Dove abitava?

     Ally riprese in mano il libro e per un istante tornò con la mente ai banchi di scuola. Leggendo la prima  Bucolica  le parole dimenticate nel tempo riaffiorarono alla mente come un'onda  calma che dopo essersi timidamente formata al largo rifluisse verso la spiaggia acquistando sempre più lena e vigore.

     Bevve un altro bicchiere e scosse il capo per allontanare i ricordi, Non era quello il momento. Si diede allora ad esaminare i versi badando ai segni che qualcuno aveva tracciato e non  al senso delle parole e notò che ogni verso recava degli accenti, alcuni lunghi, altri corti, Che avessero un significato? Su un foglio di carta si divertì a scrivere tutte le lettere su cui cadevano gli accenti e ne risultò un insieme caotico, privo di senso. Tentò poi di usare le sillabe di cui quelle lettere facevano parte: di peggio in peggio. Provò a sostituire agli accenti  il numero cui corrispondeva il posto occupato da quelle lettere nel verso e poi tradusse quel numero nella lettera corrispondente in base all'alfabeto inglese (non dimenticava che il De Rossi era un insegnante di inglese e aveva usato quella lingua). Fu una fatica inutile.

     Il tempo passava e Ally, infaticabile, provò e riprovò inventando tutto quanto era possibile inventare e applicando tutti gli insegnamenti, gli accorgimenti, i metodi appresi. Alla fine rinunciò e,  frastornato e con la testa in fiamme, si gettò sul letto alla ricerca di un po' di calma. Si assopì anche un poco finché non si svegliò di soprassalto, senza comprendere che cosa l'aveva destato. C'era un'idea che gli frullava in mente, un'idea nuova, maturata nel subconscio durante il sonno; la sentiva agitarsi senza poter prendere forma e venir fuori dalle pastoie in cui l'avevano avviluppata i tentativi precedenti. Decise di ricominciare daccapo e di ricostruire la scena ancora una volta da quando aveva veduto apparire il De Rossi in fondo al sentiero a quando aveva emesso l'ultimo rantolo. Maledetto quel rantolo finale! Chissà che altro avrebbe potuto aggiungere!

     Ma era poi un rantolo? si chiese ad un tratto. Quell' "ecs" che gli era parso un soffio rauco, il soffio che aveva soffocato quell'uomo, era veramente un soffio? O non piuttosto l'inizio di una parola? Ma quale? Il rantolo, il libro, Virgilio, le Bucoliche, ecs...ecs... versi, versi latini ecs...; tutto gli turbinava in mente.

- Perdio, o perdio! - esclamò all'improvviso ad alta voce. - Versi, Bucoliche, Virgilio: ecco che cosa voleva dire! Hexameter,  Esametri, esametri, ESAMETRI!

            Non era dunque un soffio rantolante, il soffio che esala chi sta morendo, ma l'inizio di una parola: Hexameter. Com'era composto un esametro latino? Si spremette le meningi alla ricerca di nozioni scolastiche. Ecco, sì: dattili, spondei, trochei, sillabe lunghe, sillabe brevi; lunga, breve, lunga, breve... linea, punto, linea, punto...

- Eureka!

     Ally, senza rendersene conto, imitando Archimede tanto per non allontanarsi dai classici, urlò perdendo per un istante il self-control.  Si gettò sul libro e dopo averlo studiato un istante, trascrisse i primi cinque versi della prima Bucolica su un foglio, riportando anche gli accenti che qualcuno aveva segnato a matita. Ve n'erano dei lunghi e dei corti.

 

                            '   '           '       /   '    /            '      '          '                 /         

                        Tityre, tu patulae recubans sub tegmine fagi

                        '  /          '   /    /    /      /       '   /

                        silvestrem tenui musam meditaris avena:

                           /    '  /  /   '  '   /

                        nos patriae fines et dulcia linquimus arva:

                                    '       '  '  /             '  /             '   /

                        nos patriam fugimus; tu, Tityre, lentus in umbra

                          '    '   /        '  '  /       /    '  /

                        formosam resonare doces Amaryllida silvas.

 

     Balzava subito agli occhi che i segni non avevano nulla a che vedere con gli accenti ritmici o con quelli tonici e che erano stati messi lì per qualche ragione. Non era pensabile che un cultore di classici sbagliasse gli accenti!

     Per prima cosa Ally provvide, con un po' di fatica - i ricordi erano nebulosi - a sostituire alle sillabe, corrispondenti agli accenti segnati, la loro quantità; una sillaba lunga con una linea; una c

Balzava subito agli occhi che i segni non avevano nulla a che vedere con gli accenti ritmici o con quelli tonici e che erano stati messi lì per qualche ragione. Non era pensabile che un cultore di classici sbagliasse gli accenti!

     Per prima cosa Ally provvide, con un po' di fatica - i ricordi erano nebulosi - a sostituire alle sillabe, corrispondenti agli accenti segnati, la loro quantità; una sillaba lunga con una linea; una c

corta con un punto.

      

 

   -.-..-.--.--.---.---..----...-...----.-.-..

 

     Quando ebbe  terminato si trovò di fronte ad una serie continua di linee e di punti che ancora non avevano un significato perché non divisi secondo le lettere dell'alfabeto Morse. Ma, ormai aveva infilato la strada buona e non tardò a venire a capo anche di questo problema.

     Di una semplicità estrema.

     Erano gli accenti lunghi a segnare la cesura tra lettera e lettera, a indicare dove terminava il simbolo della lettera in Morse; ritrascrisse, quindi, il messaggio tenendo conto solo di essi e segnando gli spazi. E il messaggio gli fu chiaro.

 

            /           /                /          /           /       /       /      /          /       /         /        /              /

 -.-.  .-   .--.   --   .-   -   -   .   ..   -   ..   -   --- 

   C       A          P          M        A       T      T      E       I        T       I        T        O

 

                            /                /               /                    /                 /             /               /

        ...-    ..    .-    ---    .-.    -    ..

                    V           I           A           O            R          T          I

 

"Cap. Mattei Tito, Via Orti"  Quando ebbe letto il risultato della sua fatica, un'alba pallida penetrava a stento attraverso i vetri sporchi di vernice blu distesavi sopra a causa dell'oscuramento imposto dalle autorità. Ally non se ne curò. Si gettò sul letto disfatto e si addormentò di colpo affondando in un sonno senza sogni.

 

 

 

(Nota dell'A.. - Coloro che non conoscono la metrica della poesia latina potranno far fatica a comprendere l'enigma nascosto nei versi vigiliani, per cui occorrono alcune spiegazioni.

     A differenza della nostra poesia, in cui i versi rimano tra di loro e ogni parola conserva l'accento tonico (ad esempio la parola 'siréna' avrà sempre l'accento sulla vocale 'e'  e mai sulle altre vocali 'i' e 'a') ,nella poesia latina ciò non avviene, per cui la parola 'siréna' potrà essere pronunciata 'sìrena' oppure 'sirenà'. I poeti latini, infatti, si basavano sulla quantità delle sillabe che componevano una parola. In poesia ogni parola veniva divisa in sillabe e ogni sillaba poteva essere considerata o lunga o breve in base a determinate regole. L'accento delle parole cadeva sempre sulle sillabe lunghe. Il verso latino seguiva regole particolari in base ai 'piedi' di cui era composto. Il piede consisteva in una unità di misura basata sul numero delle sillabe lunghe e brevi che lo componeva.

L'esametro era formato da sei piedi la cui forma poteva essere il dattilo cioè una sillaba lunga e due brevi  ( _  , , ); oppure uno spondeo cioè due sillabe lunghe  ( _ _ ); oppure un trocheo cioè due sillabe lunghe o una lunga e una breve  ( _ _ )  o ( _ , ). 

            Nel crittogramma nascosto nei versi di Virgilio si fa riferimento, quindi, alla quantità delle sillabe accentate  e cioè al fatto che siano lunghe o brevi, che, quindi, possano essere 'tradotte' in punti e linee, come richiede l'alfabeto Morse.

            Per fare un esempio pratico, la prima parola "TITYRE" corrisponde ad un piede, il dattilo  ( _ , , )  - una sillaba lunga e due brevi - per cui  TI  sarà la sillaba lunga mentre se seguenti  TY    e RE  saranno brevi e, pertanto, 'tradotte'  in alfabeto Morse, corrisponderanno ad una linea ( _ ) e a  due punti  ( ..).

 

 

 

            Il romanzo continua  col racconto delle imprese dei vari gruppi di sub della Marina Italiana i quali, a bordo di maiali (i 'pig' delle ultime parole dell'informatore), operarono a Gibilterra e in particolar modo si raccontano le imprese del gruppo dell''Orsa Maggiore" che, capeggiato dal Tenente di Vascello Durand de la Penne, affondò la corazzata inglese 'Valiant' nel porto di Alessandria.

 

 

 

 

 

 

 

CURIOSITA’ENIGMISTICHE

 

Mascagni e Leoncavallo

La sciarada è uno dei giochi più noti ed è molto semplice. Basta prendere due o più parole e accostarle per ottenere un’altra parola di senso compiuto. Ad esempio: tram + poli mi dà trampoli; amo + re mi dà amore; testa + mento mi dà testamento.

La sciarada è alla base di alcuni aneddoti legati a illustri personaggi.

Si racconta che il maestro Mascagni, compositore di opere liriche,  seccato perché un suo collega, anche lui illustre compositore di opere liriche, col quale voleva parlare di musica, stava giocando a carte con gli amici e non gli dava retta, improvvisò lì per lì una sciarada dicendo: La prima parola è una bestia; la seconda pure; e se le metti assieme troverai la terza bestia che sta giocando a carte.

I giocatori capirono subito a chi  Mascagni volesse alludere e scoppiarono a ridere. La soluzione era: la prima parola LEON, la seconda CAVALLO la cui unione dava il nome del compositore che giocava a carte e cioè LEONCAVALLO. Un modo curioso per dare della bestia all’autore dell’opera I Pagliacci!

 

Puccini e Leoncavallo

Nel 1892, per comporre la sua opera più famosa Leoncavallo si era recato a villeggiare in un paese tranquillo, lontano dai rumori della città.  Venuto a conoscenza che il suo amico e collega Puccini, avrebbe pure lui soggiornato nello stesso paese proprio in una casa vicina alla sua, pensò di dargli il benvenuto, informandolo “visivamente” con un rebus. Attaccò fuori della finestra della sua stanza di lavoro un pupazzo colorato, vestito da clown, annunciandogli che stava lavorando all’opera Il Pagliaccio. 

Puccini, anche lui appassionato di enigmistica, gli rispose allo stesso modo.  Con un pennello disegnò su una tela  una grossa mano con a fianco una N.  Un rebus molto semplice che preludeva la nasciata di Manon.

Originariamente l’'opera di Ruggero Leoncavallo s'intitolava "Il Pagliaccio". Ma, siccome doveva rappresentarlo per la prima volta il baritono francese Victor Maurel, tipo molto orgoglioso e puntiglioso, questi s'impuntò: "Nelle opere del mio repertorio la parte del baritono dev'essere nel titolo. Qui il titolo comprende solo il tenore. Pertanto, se non cambiate il titolo, io non canto!". L'editore, per evitare di mettere a rischio la prima, (rappresentata al Teatro dal Verme a Milano il 21 maggio 1892 con la direzione di Arturo Toscanini) ebbe un'idea geniale. Cambiò il titolo da singolare a plurale: "I pagliacci". Così nel titolo era compreso anche il baritono! Si andò in scena regolarmente e il successo fu trionfale.

 

Pertini e Leoncavallo

Un altro aneddoto su Leoncavallo.  Si racconta che nel 1971, in occasione dell’elezione del nuovo Presidente della Repubblica italiana, mentre il presidente della Camera Pertini leggeva le schede che erano quasi tutte a favore di Giovanni Leone,  se ne  trovò una tra le mani che, invece di riportare il cognome LEONE, qualche parlamentare aveva scritto LEONCAVALLO. Al che commentò: “Qui qualcuno vuol fare il Pagliaccio”  (alludendo all’opera di Leoncavallo).

 

Morte di  Omero

Si dice che Omero, l’autore dell’Iliade e dell’ Odissea, sia morto di disperazione per non essere riuscito a risolvere un indovinello che alcuni pescatori, ritornati con le barche vuote per non aver preso neppure un pesce, gli avevano posto.

Omero incuriosito,  chiese loro la ragione della mancanza di pesce e quelli risposero, ridendo:  “Vedi, maestro, noi abbiamo buttato a mare  ciò che avevamo preso, mentre abbiamo portato a terra quel che non siamo riusciti a prendere.”

Per quanto il povero Omero si sforzasse non riuscì a dare la risposta. Se non fosse stato cieco il grande cantore di Troia, di Ettore, di Achille e di Ulisse avrebbe visto che i pescatori, seduti sulla spiaggia, si stavano spulciando e spidocchiando.

 Una spiegazione perfettamente logica: poiché il pesce non abboccava i pescatori avevano trascorso il tempo cercandosi addosso pidocchi e pulci e quelli che AVEVANO PRESO li avevano gettati in mare. Mentre tutti i parassiti che NON AVEVANO PRESO se li erano portati addosso fino a terra.

 

Strano modo di salutare di Cicerone

Il grande oratore romano Cicerone, quando scriveva al suo amico Attico, era solito terminare le lettere con una frase assai curiosa: “Mitto tibi NAVEM  prora puppique carentem” che tradotta significa:  “Ti mando una nave priva di prora e di poppa.”

Oggi noi, quando scriviamo agli amici, concludiamo confidenzialmente le nostre lettere con parole come ‘Saluti’, ‘Ciao’, ‘Baci’…Nessuno certo si sogna di mandare NAVI prive di prora e di poppa. Quindi, che voleva dire il grande Cicerone?

Cicerone non era certo matto, ma era amante degli enigmi e nelle sue lettere ne usava uno. Se tu, infatti, alla parola latina NaveM togli la prora (che sta davanti,cioè la lettera N) e togli pure la poppa (cioè la M che sta di dietro)  ti rimarrà la parola AVE che in latino significa ‘Salve, saluti). Una delle più belle preghiere del cattolico inizia appunto con “AVE, Maria…”

 

 Il quadrato magico

Esiste un simpatico gioco formato da parole che possono essere lette da sinistra a destra, e viceversa; dall’alto in basso e viceversa.   Si tratta del quadrato magico.  È molto difficile costruirlo.  Ecco un esempio.                       

E  V  A
V  O  V
A  V  E

 

All’apparenza è semplice, ma se si aumentano le lettere non lo è più.

Esiste nella storia dell’enigmistica latina un quadrato magico che ha dato del filo da torcere ai vari solutori i quali si sono dovuti arrendere. Eccolo:

 

                                               S A T O R                  che tradotto significa: Il seminatore

                                               A R E P O                 (la parola è intraducibile)

                                               T E N E T                  significa: tiene

                                               O P E R A                  significa: in attività, in funzione

                                               R O T A S                  significa: le ruote.

 

Se non ci fosse quella parola AREPO il quadrato magico significherebbe: Il seminatore tiene in funzione (o in attività, cioè ‘cura’)  le ruote (che potrebbero essere quelle del suo carro). Ma AREPO chi è e cosa significa?  

Le interpretazioni sono molte. Potremmo tagliar  la testa al toro azzardando una ipotesi. Se consideriamo che AREPO sia il nome del seminatore, la frase sarebbe risolta: Il seminatore Arepo tiene in funzione le ruote.  Ma sarà poi così?

 

Indovinelli a premio

In Grecia  enigmi, indovinelli, grifi (è una specie di indovinello assai difficile) erano d’obbligo alla fine dei banchetti cui partecipava il fior fiore delle persone più importanti e istruite. In caso di risposta corretta al solutore veniva dato come premio una coppa di vino dolce e profumato , mentre in caso di risposta errata riceveva per penitenza una coppa di vino abbondantemente allungato con aceto.

Premiare i solutori era un uso molto comune. Quando ad un banchetto Sansone propose il suo famoso indovinello, mise in palio delle vesti sontuose.

 

 

Indovinelli biblici

Lo sapevate che nella “Bibbia” (chiamata anche “Il Libro dei Libri”) ci sono molti indovinelli? Per trovarne alcuni basta leggere il trentesimo capitolo del “Libro dei Proverbi”. Si tratta di indovinelli di difficile interpretazione e per noi moderni sovente incomprensibili. Eccone uno: “Quali sono i quattro animali che  pur essendo piccoli, superano in sapienza i sapienti?”  Sono le formiche le quali, pur essendo minuscole e apparentemente deboli, sanno procacciarsi il cibo per tutto l’inverno; i conigli che riescono a sottrarsi ai più forti, difendendosi e nascondendosi nelle tane; le locuste che, pur non avendo un capo, volano ordinatamente a sciami, in schiere compatte, si fermano e si muovono contemporaneamente ubbidendo ad un ordine  che nessuno ha loro impartito; il geco che abita persino nella casa del re.

Sempre in tema di indovinelli biblici, ricordiamo quello riportato nel “Libro dei Giudici”, proposto da Sansone il giorno delle sue nozze a trenta giovani partecipanti al pranzo nuziale. Per il vincitore c’era in palio un ricco premio… solo che nessuno lo vinse perché si trattava di un indovinello insolubile. Solamente colui che fosse stato a conoscenza di un fatto accaduto a Sansone poteva risolverlo. L’indovinello era: “Dal divoratore è venuto il cibo e dal forte è venuto il dolce”.

La soluzione andava cercata nelle imprese di Sansone. In una di esse egli uccise un leone e, dopo averlo fatto a pezzi, ne prese alcune parti per cibarsene, lasciando il resto per terra.  Un mese dopo, passando per lo stesso luogo in cui aveva lasciato la carcassa, vide che le api avevano costruito nella bocca del leone un favo trasudante miele.  La risposta era, dunque, il leone.  Ma chi avrebbe potuto trovare la soluzione se non avesse conosciuto questo precedente?

 

Un indovinello del IX sec.

L’indovinello fa parte del patrimonio culturale dei popoli perché piace agli ignoranti e ai dotti. Ecco perché l’indovinello  affonda le sue radici nel passato e veniva usato presso le corti dei nobili e durante le veglie serali nelle case dei poveri e dei contadini. Per quanto riguarda la lingua italiana uno dei più antichi indovinelli risale agli inizi del IX secolo e viene chiamato “L’indovinello veronese”. E’ scritto in una lingua che non è più il latino, ma non è ancora  l’italiano. Si tratta di un linguaggio di passaggio. Eccovelo: Boves se pareba/Alba pratalia araba/et albo versorio teneba/ et negro semen seminaba.

Traducendolo in un italiano comprensibile, avremo : Spingeva avanti i buoi, tracciava solchi su un prato bianco, impugnava un bianco aratro e seminava un seme nero

Se provi a sostituire alla parola ‘buoi’ la parola ‘dita’; a ‘prati bianchi’ la parola ‘pagina bianca’; a ‘bianco aratro’ la parola ‘penna’ (che nel medio evo era fatta con una penna bianca d’uccello) e a ‘seme nero’ la parola ‘inchiostro,  ti renderai subito conto che si tratta dello scrittore,  di una persona che sta scrivendo.

 

Come è nato il rebus 

Il piccolo Filiut, come era solito fare ogni volta che ritornava a casa, annunciava il suo arrivo con un lungo fischio modulato a cui rispondeva o il padre Babbut o la madre Mammut, con un fischio uguale. Anche qual giorno fischiò più volte ma nessuno gli rispose. Chissà dove erano andati i suoi genitori. Ma lo avrebbe scoperto subito. Arrivato di fronte alla grotta, guardò la parete bianca e liscia che stava a fianco dell’ingresso e vide che col carbone Babbut aveva disegnato un minuscolo uomo con l’arco in mano a fianco di una donna con un cesto sotto il braccio. “Bene, pensò, stasera a cena avremo cacciagione e frutta fresca”. I due disegni gli avevano infatti detto dove erano andati i suoi genitori: il padre a caccia e la madre in cerca di frutta, bacche e verdura.

                   

 

 Quando non esisteva la scrittura l’uomo cominciò a comunicare col disegno. Ancora oggi troviamo i suoi disegni all’interno di grotte millenarie, su pareti lisce, disegni tracciati con carbone, con l’ocra, con colori naturali. E dai disegni  possiamo capire buona parte dei loro usi e costumi.

Poi, gradatamente, i disegni cominciarono a farsi più stilizzati, divennero per noi incomprensibili finché qualcuno non trovò la “chiave” per capire il significato in esso riposto.

Se un piccolo cinese si fosse trovato di fronte a questo disegno avrebbe compreso il significato nascosto in mezzo a quei simboli strani.  Che cosa potrebbero rappresentare quei quattro disegni simili? 

C’è una parte centrale che potrebbe rappresentare il ‘fusto’ di una pianta. Ci sono  dei ‘rametti’ laterali; ci sono delle radici. Potrebbero rappresentare degli alberi. Ora un albero non fa una foresta, ma più alberi assieme sì. Quindi i quattro simboli  rappresenterebbero una foresta. E quella specie di tondo in mezzo?  Da sempre l’uomo per rappresentare il sole  ha usato un disco.  Ci troviamo di fronte ad un enigma, la cui soluzione non è difficile. Basta chiederci: Se in una foresta vediamo il sole tra gli alberi che ora potrà essere? O l’alba, quando il sole non è alto o il tramonto, quando ancora non è calato dietro le montagne.

 

È solo un esempio, ma l’uomo per molto tempo si espresse attraverso la scrittura figurata che gradatamente passò dal disegno intero al simbolo di ciò che il disegno rappresentava.  Perché disegnare un grosso albero quando si poteva disegnare una riga verticale per il tronco, righe orizzontali per i rami e poche righe in basso per indicare le radici! Pensa alla scrittura cuneiforme, geroglifica a alla pittografia cinese. Pittografia: lo dice la parola stessa: grafia (cioè scrittura) attraverso la pittura.

Poi, finalmente, l’uomo inventò la scrittura e da allora potè esprimere le sue idee in modo chiaro … o nasconderle in mezzo alle parole, dando inizio alle prime forme di enigmi. (M.C.)

 

 

Rebus a Roma

Il rebus diventò un gioco quando l’uomo pensò di celare argutamente suo pensiero dietro il disegno. Non vì è dubbio che Cicerone era in vena di divertirsi quando su un epitaffio fece seguire al suo nome e prenome un bel cece (Cicer in latino) e così pure dovettero ridersela sotto i baffi, in barba ai severi custodi di Roma, i due schiavi spartani Batraco e Sauro quando, nel II secolo a.C., non potendo, come tramanda Plinio, apporre il loro nome sui templi di Giove Statore e Giunone Regina, da loro costruiti su disegno dell’architetto greco Ermodoro di Salamina, scolpirono sulla base di una colonna una rana in greco Batracos e un serpente (in greco sauros).

 

 

Rebus a Parigi

Eccolo:

 

  

L’interpretazione letterale, letta in francese, è: “un AB plein d’a petits, traversé par I. Cent sous P’ che, tradotto in italiano significa : “Uno, AB ripiene di piccole a, attraversate da una I [posta in “.  diagonale. Segue poi la frazione] cento posto sotto una P.” Un bel guazzabuglio.

Se, però, lo leggiamo velocemente in francese, il suono dei singoli vocaboli ci fornirà una frase vera e propria che suonerà: “Un abbé plein d’appetit, traversait Paris sans supe” (Un abbate pieno d’appetito (affamato) attraversava  Parigi senza mangiare).

Nel ‘700 grandi uomini d’ingegno e di pensiero, come Voltaire si comunicavano sentimenti, affetti e anchre inviti attraverso rebus.

Federico il Grande, l’imperatore di Prussia, invitò Voltaire a cena in un rinomato ristorante, facendogli recapitare un biglietto su cui c’era scritto:

 

                              P                      6

A  six heures                à             -----            

                            A                   100

 

Che va così letto: a six heures a super a  Sans-souci. (cena alle sei al [ristorante] Sans-Souci)

 .

 

 

Che cosa è un enigma?

 

Se guardiamo sul vocabolario troviamo che l’Enigma ( o anche enimma) è una domanda o un breve componimento in versi in cui con parole allusive, a doppio senso, si nasconde una cosa da indovinare. E tra gli enigmi l’indovinello è il più semplice e forse è stato il capostipite dell’enigmistica. Durante l’antichità l’indovinello veniva spesso proposto alla fine del pranzo tra i convitati e non di rado venivano offerti dei premi a chi trovava la soluzione. Era un modo per mettere alla prova l’intelligenza dei presenti. In seguito l’enigma diventò un modo per comunicare segreti, formule o altro o per nascondere qualcosa alle  persone.  Divenne il sistema preferito dagli indovini, dai sacerdoti e dagli oracoli. Basta pensare all’oracolo di Delfi, alla Sibilla cumana, alla Sfinge tebana che col loro aspetto severo e impenetrabile non lasciavano trapelare nulla.

L’indovinello lo troviamo in tutti i popoli e in molti libri sacri.  Lo usarono gli indiani, gli egiziani, gli ebrei, gli assiri, i babilonesi, i greci. I più antichi enigmi li troviamo nei testi sacri di tremila anni fa nelle opere indiane  Rigveda e Ramajana. Ne troviamo persino moltissimi nella Bibbia come  gli indovinelli di Salomone, di Sansone e  quelli presenti nel Libro dei Proverbi e nel Libro dei giudici.

 

L’enigma in Grecia

 La cultura greca è ricca di enigmi e anche di grifi.  Gli enigmi sono più vicini alla forma dell’indovinello mentre il grifo (che in greco significa ‘rete’), è più difficile, più contorto perché gioca sulle parole e sul loro significato, sull’anagramma e sulla anfibologia. Non spaventatevi per questo vocabolo sia strano: significa ‘parola dal significato duplice o triplice, sempre ambiguo: ad esempio se io pronuncio la parola CUORE tu pensi subito a quel muscolo che sta nel corpo umano, ma se ci pensi un poco  CUORE può significare ‘centro’  [il cuore della città];  sentimento [un uomo di buon cuore]; coraggio e ardimento [uomo dal cuore saldo, cuor di leone]; un seme delle carte da gioco; un fiore [il Cuore di Maria]; un mollusco marino  [Cuore di mare] o ancora un libro , “Cuore” di De Amicis.)

Persino il grande filosofo Aristotele si occupò degli enigmi. Disse che l’enigma deve essere qualcosa di nascosto sotto il velo delle parole. A prima vista deve apparire difficile, se non impossibile, da risolvere, ma deve sempre offrire attraverso le parole e i concetti la possibilità di una soluzione.

La Grecia classica abbondò di ‘inventori’ di enigmi. Se ne occuparono illustri personaggi quali Archiloco di Paro, Saffo di Lesbo, Simonide di Ceo, Pindaro, Platone, Aristofane, Edipo, Esopo e altri.

 

Edipo e la Sfinge

Edipo è uno tra i  personaggi più celebri delle leggende greche.  Figlio di Laio e di Giocasta, quando nacque un indovino predisse che diventato adulto avrebbe ucciso il padre e sposato sua madre. Allora Laio, che era il re di Tebe, lo portò in un bosco dove lo abbandonò. Alcuni pastori raccolsero il bimbo e lo consegnarono  al loro padrone Polibo, re di Corinto, il quale lo allevò come un figlio e mai gli disse il nome dei suoi veri genitori. Durante un suo viaggio a Tebe, il giovane Edipo fu fermato alle porte della città da un mostro che non lasciava entrare nessuno. Era la Sfinge, un essere  orripilante, alato,  mezzo donna e mezzo leone.  Costei prima di concedere il passaggio ai viandanti, proponeva loro un indovinello e se i disgraziati non lo risolvevano, venivano uccisi e divorati. L’indovinello era: “Qual è l’essere che cammina ora con due ora, con tre, ora con quattro gambe e che è più debole quando ha più gambe?” Edipo risolse l’indovinello rispondendo che quell’essere era l’uomo perché quando è piccolo gattona e cammina a quattro gambe(usando cioè anche le mani), poi da adulto cammina su due gambe e da vecchio ne usa tre (la terza è il bastone su cui si appoggia).  La Sfinge per la rabbia si gettò giù da una rupe e morì. Avendo liberato Tebe da quella calamità la regina, che era rimasta vedova, lo sposò e Edipo diventò re della città.

Da allora Edipo è diventato il simbolo degli enigmisti, non tanto come inventore, quanto, invece, come solutore di indovinelli.

 

 

Esopo e Nectanebo

Sebbene in passato sia stata scritta la Vita di Esopo, di lui non si hanno notizie certe tanto che si pensa sia stato un personaggio semileggendario.  Si dice che visse nel VI secolo avanti Cristo. Originario della Frigia, era brutto, gobbo e balbuziente, ma aveva uno spirito sottile, arguto ed era dotato di straordinaria intelligenza. Per un certo tempo fu schiavo del filosofo Xanto che in seguito lo liberò. Viaggiò a lungo visitando l’Egitto, la Babilonia e buona parte del mondo greco. Fu invitato dal re Creso a consultare l’oracolo di Delfi ma, col suo spirito critico, derise sia l’oracolo che gli abitanti dei Delfi i quali lo accusarono di sacrilegio e lo condannarono ad essere gettato dalla rupe Iampea.

Esopo fu considerato l’inventore della favola. Si dice che abbia scritto Le favole esopiche , brevi componimenti moralistici che si concludevano sempre con proverbi e ammaestramenti. Ancor oggi sono ricordate le favole di Esopo tra cui ‘La cicala e la formica’, ‘Il lupo e l’agnello’, ‘La volpe e il corvo’, ‘La volpe e l’uva’.

Esopo fu anche inventore e solutore di indovinelli. Si dice che durante le sue peregrinazioni intrattenne una tenzone col re egiziano Nectanebo, su chi ne risolveva di più. Eccone alcuni:

 

Qual è quel tempio poggiato su una colonna, circondata da 12 città, ciascuna delle quali ha 30 puntelli, e ognuno è presidiato da un uomo bianco e da una donna nera?  (Il tempio è il mondo; la colonna è l’anno che è formato da 12 mesi, ognuno dei quali ha 30 giorni tutti diviso in  giorno [il bianco che indica la luce] e il nero  [che indica la notte].

 

La si trova dovunque, in mare come in terra. E’ lunga e grande quando nasce e quando muore, mentre è piccola in gioventù?  (È l’ombra.  Al mattino e alla sera, quando sorge e tramonta il sole, l’ombra si allunga sul terreno.  Di giorno, quanto più il sole si alza, l’ombra delle persone e delle cose diventa sempre più piccola).

 

Chi sono quel fratello e quella sorella che ogni giorno nascono e muoiono e l’uno causa la morte dell’altra?  (Sono il giorno e la notte che segnano i rispettivi confini di esistenza).

 

Qual è quella cosa che ognuno desidera raggiungere ma che si gli fosse  offerta immediatamente la rifiuterebbe come un pessimo affare?  (È la vecchiaia).

 

L’Operazione Overlord e le parole crociate

 Il 6 giugno del 1944 avvenne in Normandia il più grande sbarco della storia militare del XX secolo,. Le forze franco-anglo-americane impiegarono nell’operazione, denominata Overlord,  5000 navi, che avrebbero sbarcato sulla spiaggia tra Dover a Calais, circa 180.000 soldati;  2000 aereoplani che avrebbero lanciato sul territorio francese 20.000 paracadutisti; messo in opera un ponte galleggiante, trasportato via mare dall’Inghilterra, sul quale sarebbero stati sbarcati carri armati, autoblindo, camion e altro materiale necessario per la riuscita dell’operazione.

Era impossibile nascondere ai tedeschi tutte queste forze e non venire a conoscenza di tutti i mezzi che si ammassavano lungo le coste inglesi. E, quindi, ciò che maggiormente premeva agli alti comandi tedeschi era conoscere il giorno, l’ora e il luogo di sbarco, nonché i tratti di costa che avrebbero interessato l’operazione.

Fu un periodo caldo per il controspionaggio anglo americano cui era affidato il compito di vigilare e impedire la fuga di notizie.  E molti furono i casi, anche fortuiti e occasionali, cui dovette far  fronte.  Uno di essi ebbe come oggetto l’enigmistica.

Nel mio romanzo Operazione Overlord (Milano, Mursia, 1969, pp. 106-110) così l’ho raccontato:

 

A Donald Pitt poi capitò l’incredibile.

Donald era un fanatico delle parole incrociate, se le beveva come i  Martini prima del pranzo. La mattina del due maggio si precipitò nell’ufficio che Glenn occupava assieme a due M-I-5, addetti al controspionaggio; aveva in mano una copia del “Daily Telegraph”.

-Guardate qui! – urlò sbattendo il giornale sulla scrivania. – Qui, il 17 orizzontale e risolvete!

I tre si chinarono e  lessero: “Uno Stato degli USA”.

-Ce n’è uno solo,. Di quattro lettere,  che comincia per U e termina per H ed  è UTAH, capite, UTAH. Cioè il nome convenzionale di una delle due zone di sbarco americano – continuò a urlare Pitt fuori di sé. – Al Comando c’è qualcuno che tradisce.

-Un momento, Donald, non arriviamo a  conclusioni affrettate – fece Gleen , tentando di calmarlo.

-Ha ragione il signor Hamilton – intervenne uno dei due M-I-5. – Potrebbe essere solo una coincidenza, signor Pitt.

Ma che coincidenza! Si vede che lei non è esperto di parole incrociate. Segua il mio ragionamento per un  istante. – Prese un foglio di carta quadrettata e tracciò una parte dello schema del cruciverba, quella che conteneva la parola incriminata.

 

                                              

 

-Se voi notate – cominciò a spiegare – ci sono  solo le due lettere U e A che si incrociano con le parole verticali. Le altre due, cioè la T e la H non si incrociano con niente. Perché allora il compositore ha scelto proprio UTAH? Non poteva, ad esempio, scegliere UPAS, il nome di un albero?

- Se la metti così, Donald!

-E come vuoi che la metta?

-Vedi, io conosco chi compila gli schemi di parole incrociate per il “Daily Telegraph”, è un mio collega, un professore di fisica, si chiama Dawe, e ti posso assicurare che nulla è più lontano da lui dei segreti della OVERLORD. Se, però, sei d’avviso di farlo controllare...

Pitt fu di questo avviso e il professor Dawe venne discretamente tenuto sotto costante controllo. Donald in persona si incaricò di risolvere tutte le parole incrociate che il “Telegraph” avrebbe pubblicato.

Per  venti giorni non vi fu alcuna novità. Il 22 mattina Pitt entrò trionfante nell’Ufficio.

-Te lo dicevo, Gleen, ci risiamo col tuo amico enigmista Dawe. Risolvi il tre verticale – e gli mise sotto gli occhi un altro cruciverba.  Gleen lesse:

- “Pellirosse del Missouri”. Risolvilo,l amico, e troverai OMAHA. Capisci, OMAHA!  L’altra volta era UTAH e stavolta OMAHA, cioè due delle  zone di sbarco americane. E ora trova dei cavilli se ci riesci.

Glen prese da uno scaffale un vocabolario, lo sfogliò per un poco e... ne trovò uno..

 

 

-Se ti fossi data la pena di consultare un vocabolario, avresti notato che la nostra lingua non ha parole di cinque lettere che comincino per O, terminino per A e la cui  terza lettera sia ancora A.

-Continui ad insistere che sia una coincidenza?

-Direi di sì.

Ai primi di giugno, però, a pochi giorni dall’invasione, Gleen dovette ricredersi. Erano apparsi tre altri cruciverba sul “Daily Telegraph” e ognuno recava una parola del codice. La soluzione ad una domanda di un cruciverba del  20 maggio era  “MULBERRY” e in due cruciverba del  2 giugno le soluzioni ad altre due domande erano NEPTUNE e OVERLORD, cioè i nomi convenzionali dell’operazione marina e il nome dell’operazione di sbarco.”

 

Fu giocoforza fare una visita al professor Dawe... che cadde letteralmente dalle nuvole. L’interrogatorio durò a lungo. Alla fine Donald dovette ammettere che si trattava di una coincidenza che aveva del fantastico.

 

Per completare anche l’enigma legato  al  D.Day (giorno dello sbarco),  era stato deciso, al fine di avvertire la Resistenza  Francese,  di trasmettere attraverso Radio Londra un messaggio poetico, tratto dal Poema Canzone d’autunno di Paul Marie Verlaine. Il messaggio era diviso in due parti.  I primi tre versi:

 

Les sanglots longs

Des violons

De l’automne

 

Avrebbero avvertito la Resistenza  di tenersi pronta perché l’operazione era imminente. Quel  messaggio venne trasmesso la sera del 1° giugno

Mentre la trasmissione dei tre versi successivi, avvenuta la sera del 5 giugno:

Blessent mon coeur

D’une langueur

Monotone

 

significava che lo sbarco sarebbe avvenuto il giorno successivo.

I versi di una dolce poesia di Verlaine, diedero l’avvio ad una sanguinosa operazione che costò la vita ad oltre 10,300 morti tra le truppe alleate. Le perdite della Wermacht  furono stimate tra i 4000 i 9000 uomini. Un omaggio poco rispettoso al poeta di Metz.

 

 

Nomen omen.  Anagramma profetico?

L’onomanzia  (dal greco onoma (nome) e manzia (divinazione) è la tecnica divinatoria che trae presagi, fausti o infausti, dall’interpretazione del valore etimologico, numerico o simbolico dei nomi delle persone. In termini magici si crede che nel nome di una persona sia racchiuso un presagio legato al suo destino. Gli antichi dicevano: Nomina sunt consequentia rebus”, cioè i nomi sono legati alle cose con un rapporto di causa ed effetto.

La frase Nomen omen (o al plurale nomina sunt omina) è una locuzione latina che, tradotta letteralmente, significa "il nome è un presagio", "un nome e il destino di chi lo porta", "il destino nel nome". Deriva dalla credenza dei Romani che fosse indicato nel nome di una persona  anche il suo destino.

Per l’enigmistica l’anagramma legato ai nomi di persona sarebbe un oracolo che svela il segreto del nome e  porta alla luce le doti o il destino di una persona.

Ad inventare l’anagramma fu  Licofrone di Calcide. Nato nel 330 a.C.,. visse ad Alessandria alla corte di Ptolemaios II Filadelfo (280 a.C.) e fece parte dei “Sette” che costituivano la famosa Pleiade poetica creata presso la corte tolemaica.  Licofrone, inventato l’anagramma, lo applicò al nome di Ptolemaios e della bellissima moglie Arsinoe, ottenendo due definizioni che si adattavano perfettamente ai due sovrani, perchè ne mettevano in luce le doti. Per questo ottenne un vistoso premio.L’anagramma di Ptolemaios fu Apomelitos  (il dolcissimo); mentre quello della bella Arsinoe fu  Eras Ion (Violetta di Giunone).

 

E che in molti casi  l’anagramma profetico funzioni lo dimostrano i seguenti personaggi:

 

LEONARDO DA VINCI  il cui anagramma è Arcano del divino
BENEDETTO CAIROLI (patriota)  “” Eroe cinto di beltà
ADA NEGRI  “” Gardenia (le amava molto)
ANTONIO RUBINO (umorista)  “” O un brio innato  (O nel senso di oppure)
ALBERTO SORDI   “” Astro del brio
SOFIA LOREN  “” Sole fra noi
VITTORIO DE SICA  “” A’ così divertito  ( A’ voce arcaica di avere)
MARIO DEL MONACO (Tenore)  “” Colmo d’armonia
Enrico Novelli  “” Voli non celeri
Roberto Piumini (scrittore)  “” Mirto per i buoni
GIROLAMO SAVONAROLA  “” Saliva al rogo romano (fu bruciato per  eresia)
DARIO  FO    (attore)    “” Odi, or fa (nel senso: adesso si esibisce)
EUGENIO MONTALE  “” Uomo inelegante (??)
ROBERT LOUIS  STEVENSON  “” (sembra abbia scritto alla moglie) “Invento rebus, tesoro!  L.S.
     

Giorgio de Giorgio, nel suo prezioso e documentato volume Enigmistica senza enigmi. Manuale  enciclopedico pratico,(Milano, De Vecchi, 1972), alla voce  “Frase anagrammata” riporta alcuni esempi stranieri significativi di omen nomen:

Francia:  FRERE JACQUES CLEMENT da cui si ricava “C’est l’enfer qui m’a créé”. Clement fu il   

   fanatico assassino di Enrico III  (unica licenza enigmistica nell’anagramma è la I al posto di J).

Francia: HENRI  DE BOURBON da cui si ricava “Bonheur de Biron” Si riferisce al fatto che     

   Enrico IV di Borbone favori il Duca di Biron  favorendone una sorte propizia.

Francia: MARIE TOUCHET , istitutrice del re Carlo IX ,è stata anagrammata in “Je charme tout”  

   (Io rallegro ogni cosa) per la sua gentilezza e bellezza.

Inghilterra: England’s Quenn VICTORIA da cui si ricava governs a nice quiet land 

    (governa una bella e pacifica terra)

Italia: VITTORIO EMANUELE SECONDO ebbe due versioni opposte. Per i realisti lanagramma   

    fu: Roma ti vuole e Dio consente.  Per i repubblicani, invece, fu: Ne Dio, ne Roma vuole te   

    costì.

Mario Musetti nel suo libro Invito allenigmistica (Milano, Mursia, 1987)  racconta il seguente aneddoto.  Si narra che Gesù, quando fu condotto di fronte a Pilato (Giovanni,XVIII,38), non rispose ad una certa domanda in quanto la risposta più bella era già contenuta, sotto forma di anagramma, nella domanda stessa. QUID EST VERITAS? (che cosè la verità) EST VIR QUI ADEST (è luomo che ti sta di fronte).

Mentre il Dottor Morfina definiva il cristianesimo con la stupenda frase anagrammata E LA RELIGIONE DI CRISTO  =  IL GRAN TESORO DEI CIELI,  Il Longobardo  presentò limpressionante e significativa frase anagrammata LALDILA MISTERIOSO  = ASSILLO DEI MORTALI

 

 

Gamberi enigmistici.

Gli enigmisti della fine ‘800 lo chiamarono  “cancrino”, parola derivata dal latino cancer, (gambero), cioè l’animale che sembra camminare a ritroso. I puristi della materia lo hanno, invece, battezzato  con la voce più dotta di “palindromo”, dal greco palin e dromos che significa correre all’indietro. Con tale parola   si indica oggi quel gioco in cui certe parole o frasi  possono indifferentemente essere lette da sinistra a destra e viceversa senza che per questo le parole o le frasi mutino  Ad esempio, ANILINA, INGEGNI, OSSESSO.

Qualora, invece, il senso della parola, letta al contrario, mutasse di significato, il gioco prende il nome di  “bifronte”. Ad esempio: Adige-egida; acetone-enoteca;  orca-acro; orbe-ebro.

Il palindromo pare essere stato ideato nel 300 a.C. da un poeta greco di nome Sotade, che aveva una certa dimestichezza con le virtù magiche che hanno certe parole.

Esistono esempi su fonti battesimali ortodosse in cui non è raro trovare la frase  NIXON  ANOMEMATA  ME  MONAN  OXIN che significa “Lavati i peccati e non solo la faccia”.

Esiste un verso medievale, tramandatoci da Sidonio Apollinare,  che recita: IN GIRUM IMUS NOCTE,  ECCE, ET CONSUMIMUR IGNI  che significa: “Ecco, ce ne andiamom in giro di notte e ci consumiamo nel fuoco”. Il verso si riferisce alle falene che volano di notte e, attratte dalla fiamma, vi trovano la morte”.

Per questi giochi, quando si tratta i  parole palindrome o  bifronti, è  facile trovarne sul vocabolario. Difficile, invece, è trovare frasi più o meno lunghe..

Molti personaggi si sono cimentati nel gioco. Ricordiamo il musicista Arrigo Boito di cui si conoscono due palindromi. Uno è legato a a due note commedie di Shakespeare sulle quali espresse il suo parere poco lusinghiero:  EBRO E’ OTEL, MA AMLETO E’ ORBE.

Il secondo è legato a Eleonora Duse, alla quale aveva regalato un anello per ottenerne i favori,  accompagnandolo con la scritta:

E’ FEDEL,  NON LEDE FE’

E M ADONN’ ANNODA ME

L’estroso Boito non si limitò a comporre solo palindromi scritti; addirittura si divertì a scrivere intere pagine di musica per venire incontro a chi, distraendosi, metteva sul leggio lo spartito  al contrario.

La tempestività di certi cultori del gioco arrivò al punto di costruire palindromi in poco tempo. Un giornalista del “Fanfulla”, all’indomani dello straripamento del fiume francese Iser, che provocò danni ad un ponte, impedendo così la momentanea circolazione dei treni, pubblicò il palindromo:

ISER INERTI AVEVA I TRENI RESI.

 

Ecco altri esempi di frasi palindrome: ESSA T’EVITA LE RELATIVE TASSE;  ai lati  d’italia;  ottenere  netto; a seta  tesa. Tratti dal libro di Giorgio de Giorgio, Enigmistica senza enigmi (Milano, De Vecchi, 1972) citiamo ancora i seguenti palindromi stranieri:

Francia-  ELLE DIFAMA MA FIDELLE (Ella calunniò la mia fidanzata);

Inghilterra -  ABLE WAS I ERE I SAW ELBA  (Potente io fui prima di vedere l’Elba.  Allude alla  ascesa e alla fine di Napoleone).

           MADAM, I’M ADAM (signora, mi chiamo Adamo). [probabilmente allude al primo incontro con Eva].

Germania – EIN ESEL LESE NIE  (un asino non deve mai leggere)

Spagna: DABAL ARROZ A LA ZORRA L’ABAD  (l’Abbate dava del riso alla volpe).

 

Altri esempi di frasi bifronte:  O TUTTA BOLOGNA – ANGOLO BATTUTO;  O ERCOLE – E LO CREO’;  ATTORNIARE – ERA IN ROTTA; AMORI DI DEA – AEDI DI ROMA;  E TRA DI NOI SE VELA – A’ LE VISIONI D’ARTE;  E’ SORELLA D’AEDO – O DEA,  DALLE ROSE.

 

 

Un matrimonio povero... e palindromo

Dal ritorno dalla chiesa dove avevano pronunciato sorridendo un sonoro sì, accolto da un applauso dei parenti e dei numerosi amici presenti, tra il profumo dei fiori campestri raccolti dalle amiche della sposa nei prati attorno al paese, Attilio e Maura, si erano ritrovati in compagnia degli amici festanti  nel ristorante “Da Bruno” solo per una bicchierata.  Si erano ripromessi di rimandare il pranzo di nozze a tempi migliori.  Attilio, per una reminiscenza rimastagli dai tempi della scuola e, volendo sfoggiare un verbo poco usato, ma che gli era sempre piaciuto, alzando il bicchiere pieno di coca cola (anche quella frizzante come lo champagne), imitato dalla moglie, esclamò:  “Libiamo a voi tutti, amici, e all’affetto  che oggi ci avete dimostrato”.

In un angolo, un  invitato che si era aspettato di festeggiare almeno con un po’ di spumante, disse sottovoce: “Questo

E LIBARE, SI’, MA DA MISERABILE.

 

Quel tale non seppe mai di aver fatto un ottimo palindromo.

 

 

Sibille e indovini imbroglioni

Nelle culture orientali, egiziane, ebree, greche si usò spesso l’enigma per nascondere verità sotto il velame oscuro della parola e non di rado si affidò ad una frase ambigua una idea recepibile solo da pochi iniziati. Il comune mortale dovette spesso rivolgersi a indovini e sibille per alzare il velo che nascondeva predizioni sul futuro e costoro, per non perdere fama e prestigio, qualora la predizione non si fosse avverata o non avesse avuto l’esito che il postulante si attendeva, doveva trovare  soluzioni a double face.  Per questo il ‘credo’ fondamentale degli oracoli, delle sibille, dei chiromanti, dei cartomanti, degli indovini in genere fu uno solo... e lo è tutt’ora:  “Non è che io abbia ragione, è solo che io non ho mai torto!”

E per conservare la loro fama di infallibilità, costoro si affidarono all’anfibologia o doppio soggetto, cioè al sofisma, all’errore derivante  da un costrutto grammaticale che può essere interpretato in due modi diversi.

Notissima la risposta che l’oracolo di Delfi diede al soldato che, in procinto di partire per una lunga guerra, gli chiese se sarebbe ritornato vivo a casa. La risposta che  ebbe fu: IBIS REDIBIS NON MORIERIS IN BELLO  (Andrai Ritornerai Non Morirai In Guerra). E il soldato se ne andò soddisfatto. Solo che la frase, pronunciata verbalmente e non scritta con tanto di punteggiatura, poteva essere interpretata i due modi diversi: Primo modo: Andrai,  ritornerai, non morirai in guerra.  Secondo modo:  Andrai, non ritornerai,  morirai in guerra. E’ bastata una virgola per rovesciare il significato.

Non affidata alle parole ma ad alcuni oggetti fu una comunicazione inviata al re persiano Dario quando si avvicinò ai confini della Scizia. Una ambasceria di Sciti gli portò in dono  una rana, un uccello,  un topo e alcune frecce, senza alcuna spiegazione.  Dario si rivolse all’indovino di corte il quale, interpretati i tre doni, così gli profetizzò: “Si tratta, o Sire, di una evidente comunicazione di resa. I tre animali, che simboleggiano  l’acqua, il cielo e la terra, stanno ad indicare che  i nemici ti fanno omaggio delle loro acque, della loro terra e  del loro cielo. Le frecce indicano che pongono ai tuoi piedi tutte le loro armi”. 

L’esultanza del re Dario fu subito smorzata da un suo generale il quale, guardando i doni, gli disse: “Mio re, questi doni sono una sfida. Significano: A meno che non vi nascondiate sott’acqua come le rane, non prendiate la fuga in volo come gli uccelli o non vi nascondiate sotto terra come i topi, le frecce degli Sciti vi colpiranno”.

Quando Pirro , re dell’Epiro, decise di attaccare i Romani chiese un responso all’oracolo di Dodona e quello  rispose:  “Aio Te, Eacida. Romanos Vincere Posse,   che significava sia potrai vincere i romani  sia i Romani potranno vincere.

 

 

Dante e gli enigmi

Dante  nelle sue opere si dilettò sovente con l,’enigmistica, superando per prolificità tutti i grandi della sua epoca. Lo dimostra Medameo (pseudonimo di Francesco Commerci) che nel suo libro Dante in gioco raccolse 358 esempi tra acrostici, mesostici, alliterazioni, allegorie, intarsi, cambi di vocali e consonanti, cambi di accenti,  aggiunte iniziali e finali, bisensi, giochi di parole, sottrazioni di sillabe, indovinelli ecc.

Analizziamo i più noti  e per primo il celebre verso della Divina Commedia (Inf., III canto, 59-60):

 

Colui/ che fece per viltà il gran rifiuto.

 

Chi fu questo Carneade? La maggior parte degli esegeti vi ha ravvisato il personaggio di Pietro da Morrone, contemporaneo di Dante. Dall’enciclopedia si apprende: “Pietro da Morrone (1215-1296), dopo 27 mesi di pontificato vacante, fu eletto papa il 5 luglio del 1294 col nome di Celestino V e rimase sul soglio pontificio per soli cinque mesi dopo di che, unico caso nella storia del papato, abdicò e si rifugiò nel convento degli eremiti di San Damiano poi chiamati celestini.  Scarsamente adatto al pontificato, di fronte alle beghe tra i cardinali della corrente dei Colonna e quelli seguaci degli Orsini, rifiutò l’incarico e gli successe Bonifacio VIII”.

Per questo suo rifiuto Dante lo mise all’inferno tra i dannati… mentre la Chiesa lo fece santo.

C’è da dire che  nella Divina Commedia il nome di Celestino V, né di Pietro da Morrone, viene mai fatto. Quindi, siamo sicuri che   si tratti proprio di lui? Non potrebbero i commentatori danteschi aver preso una cantonata?   Ho fatto una ricerca nei testi di enigmistica e, dopo aver spulciato la voce “intarsio” la mia conclusione propende per una bella cantonata.

Come taluni enigmisti sostengono la frase contiene un gioco denominato intarsio dal quale si ricava la soluzione che a “fare il gran rifiuto” non fu Celestino V, bensì  Pilato in quanto tale nome è  intarsiato nel verso

colui che fece per viltà il gran rifiuto.

 

La mia propensione che sia proprio Pilato deriva dall’analisi del verbo RIFIUTARE. Pietro da Morrone non rifiutò la nomina a Papa, tant’è vero che l’accettò  e che  scelse  per sé anche il nome di Celestino V. Abdicò  dopo soli cinque mesi di pontificato, non sentendosi pronto e preparato ad affrontare il compito affidatogli,

Qualcuno può anche sostenere che abdicare è sinonimo di rinunciare ma, nel nostro caso, tra i due verbi c'è una sottile differenza. Pietro da Morrone non rifiutò Dio. Lui rifiutò un incarico troppo oneroso.

Nel caso di Pilato la questione è diversa. Pilato si trovò di fronte al dilemma "Mando a morte Cristo come vuole il popolo o mando a morte Barabba già condannato?". Pilato se ne lavò le mani e con tale gesto RIFIUTO' di scegliere tra Cristo, figlio di Dio e Barabba, un assassino, figlio di un uomo.

Qualcuno potrebbe obiettare che l’intarsio sia dovuto al caso.

Direi di no. Dante non era nuovo nel gioco dell’intarsio: lo dimostrano i seguenti esempi in cui si legge, intarsiato nel verso,  il nome del poeta:

Dalla cintola in su tutto il vedrai  (Inf. X, 33)

Prendendo la campagna lento, lento Purg. XXVIII, 5)

Ma di quest’acqua convien che tu ne bei (Par. XXX, 73)

O addirittura il verso

Di là per te ancor i mortai piedi  

in cui si può leggere il nome del poeta da sinistra verso destra e da destra verso sinistra

Di là per te ancor i mortai piedi  

 

Conosciuta la mia interpretazione, mutuata da altri esegeti - tra cui Emilio Barbarani e Giovanni Pascoli -, un mio amico,  fedele  alla tesi tradizionale che vedeva nel personaggio Pietro da Morrone, mi fece notare che nel verso precedente Dante scrive: “Poscia ch'io v'ebbi alcun riconosciuto,/  vidi e conobbi l'ombra di colui...”. Il poeta, quindi,  conosceva quell’ombra,  mentre non poteva ‘conoscere’ l’ombra di, Pilato,  vissuto secoli prima di lui.

 Obiezione  che non condivisi confutandola con le parole stesse del Sommo Poeta. Dante afferma esplicitamente di non aver alcun riconosciuto, quindi per lui tutte quelle ombre incontrate erano anonime, ma dice di  aver conosciuto  solo quell’ombra. ‘Conosciuto’ significa ‘aver incontrato’ qualcuno  personalmente quando questi era in vita.Ora di tale incontro nessuno mai fece menzione nelle molteplici biografie dantesche. Pietro da Morrone era un eremita che viveva fra le impervie montagne della Maiella. Fatto papa,  Dante non ebbe, che si sappia, occasioni di conoscere Celestino V durante il suo breve Pontificato. Né dopo la sua abdicazione quando fu ospite-prigioniero nel palazzo di Bonifacio VIII, il papa eletto al suo posto.  E in quella ‘dorata’ cattività mori .

Se tale incontro fosse avvenuto, Dante ne avrebbe sicuramente accennato in qualche sua opera o lettera e nella Commedia avrebbe in  quei versi logicamente dovuto usare il verbo “riconobbi” e non “conobbi”  [l’endecasillabo non  avrebbe fatto una grinza sia perché usando ‘conobbi’ tra “vidi e conobbi” non vi sarebbe stata alcuna sinalefe   mentre con “vidi e riconobbi” sì.  

Una persona che si incontra per la prima volta la si “conosce”, incontrandola in seguito la si “riconosce”.

Ritornando al verbo “conobbi” il suo significato può anche essere “averne sentito parlare”. Ad esempio la frase “conobbi Leopardi” non significa che lo abbia conosciuto di persona, ma conosciuto attraverso le sue opere o qualche dipinto a lui dedicato. Ora, dove Dante poteva aver  ‘incontrato’ Pilato se non in qualche quadro, o in tela presente in chiese o  in qualche quadro della V stazione  della Via Crucis dove la figura di Pilato non poteva mancare. Si potrebbe obiettare che tale discorso vale anche per Celestino V. Solo che ai tempi di Dante Celestino V non era ancora entrato nell’iconografia religiosa.

Ecco, quindi, che l’ipotesi della presenza di un intarsio nella frase acquista ancor più vigore.  

 

*****

Altro verso assai oscuro, che ha torturato gli esegeti danteschi, è quello con cui inizia il VI canto dell’Inferno: Papé, Satan, Papé, Satan aleppe.

Per i primi commentatori danteschi, Pietro di Dante, Boccaccio... si tratta di una esclamazione che potrebbe significare “Oh Satana, o Satana, Ahi!” oppure “Qui Satana, Qui Satana comanda”. Più in sintonia col testo potrebbe essere una interpretazione letta alla luce della lingua francese: “Pas, paix, Satan, pas paix Satan, a l’épéè” (Niente pace, Satana,  niente pace, Satana,. Alla spada!) o ancora “Paix, Satan, Paix Satan, allez paix” (Pace, Satana, Pace, Satana, orsù pace!)

Nel libro di Giampaolo Dossena, Dizionario dei giochi con le parole. (A.Vallardi, 1994) sempre a proposito di Dante, sotto la voce “Anagrammi” si legge: “Nella critica dantesca , dopo secoli di ricerche sul verso” Pape Satan, pape Satan, aleppe” forse si è incominciata ad intravedere una lucina, ricorrendo all’anagramma: “Pela patate, passa panna e  pepe” (notevoli la coerenza culinaria e l’alliterazione in P), o forse “Appena palpate, passate pena “  nel senso: (Appena una toccatina e subito arriva il castigo” .  Una specie di stalkinkg ante litteram!

  

Palindromo virgiliano?

 

Epitaffio ALLE  falenE

 

Ebbre ancor dei caldi rai estivi

volavan calme nella calda notte

sopra prati silenti e dolci clivi

volavan sole ma più spesso a frotte.

Andavan verso i fuochi dei pastori,

accesi per scaldar le stanche ossa,

attratte dai fantastici bagliori

che le fiamme producevan con gran possa.

Ignare e folli Icare meschine!

Trovavan nei falò la loro fine.

 

I versi che ho pensato  in una notte estiva, hanno richiamato alla mia mente  un bellissimo palindromo latino, assai curioso, letto ai tempi del liceo tra le pagine di un’antologia.

 

In girum imus nocte, ecce, et consumimur igni

                                   >>>>>                                 > <                                <<<<<

Qualche commentatore lo attribuì a Virgilio, sebbene non ve ne sia traccia nella sua opera.  La traduzione italiana della frase è “Ce ne andiamo in giro di notte ed ecco siamo consumati/e dal fuoco”.

Si tratta evidentemente di una specie di indovinello che presenta più soluzioni.La prima, la più evidente, è un insetto: la falena che, attratta dalle fiamme , si avvicina troppo e viene bruciata oppure gli stoppini delle lanterne, le torce accese.

Nel medioevo si credeva che la frase fosse magica e, scritta su un foglietto, andasse bruciata per trovare la formula della pietra filosofale

Su internet – Wikipedia - si legge: “La frase è inoltre parte integrante, in forma di didascalia, dell'opera d'arte "Combattenti" (2001) di Marisa Albanese, sita nella stazione Quattro Giornate  della linea 1 della metropolitana di Napoli.

E ancora: In girum imus nocte et consumimur igni è anche il titolo di un film della durata di 100 minuti girato in Francia nel 1978 dal regista Guy Debord.”